28 settembre:
Di giorno;
I mostri hanno occupato la città;
In un modo o nell'altro
è ancora viva
Jill Valentine caricò per quella che poteva essere l'ultima volta la sua arma, la fida M92F Standard, quello che le rimaneva dell'esperienza alla S.T.A.R.S., l'accarezzò e la guardò con nostalgia ricordando quando ancora poteva contare sull'amicizia Joseph Frost, sulla simpatia di Kenneth Sullivan nonché sulla rivalità con Forest Speyer. Quei tempi erano passati; a riportarla alla realtà ci pensò un rumore in lontananza; non riuscì a capire da cosa era stato provocato ma non faticò a dare la colpa ai mostri.
Si alzò dal letto, si avvicinò al frigorifero, prese quel poco di cibo ancora utilizzabile e mangiò controvoglia. Era giunto il momento di agire; aprì la porta e cominciò a scendere le scale.Le venne in mente in quel momento l'ultima volta che si era messa un vestito nuovo "Accidenti!! Ma proprio con una minigonna mi tocca uscire?" Certamente l'uniforme S.T.A.R.S., pur essendo poco femminile, aveva una sua comodità nel tentativo di scappare da un incubo come quello che stava vivendo.
Appena giunta nell'atrio del palazzo trovò ad aspettarla due zombie.Con una rapida mossa schivò senza problema entrambi (probabilmente erano stati morsi parecchio tempo addietro) e si precipitò sulla strada. Nel breve volgere di pochi istanti si ritrovò circondata da un nugolo di mostri e, impugnando la pistola, cominciò a sparare all'impazzata sui corpi che le venivano incontro fino a crearsi un passaggio attraverso il quale riuscì ad allontanarsi dalla massa ed ad entrare in una porta arrugginita.
"Povera me" pensò richiudendo la porta dietro di sé (gli Zombie non erano in grado di girare le maniglie se non casualmente) " non ho percorso che pochi metri e sono già a corto di munizioni"
" Fortuna che non lontano da qui c'è il magazzino della polizia".
Attraversò il più velocemente possibile il corso, girò rapidamente l'angolo, e a corto di fiato entrò dalla porta di servizio. Appoggiatasi ad una colonna attese che il cuore rallentasse il suo battito e subito cominciò a cercare tra le scatole ammassate sul pavimento (probabilmente l'arrivo dei mostri aveva impedito di riordinare il magazzino) qualcosa di utile per la sua fuga. La fortuna era dalla sua parte perché trovò numerose scatole di proiettili, diversi spray medici, un Benelli M3S (fucile) ed un gran numero di munizioni. Alla vista di quest'armamentario Jill si sentì rinfrancata, si era riaccesa un po' di speranza quando un rumore sospetto le fece venire i brividi: imbracciò il fucile e cominciò ad urlare
" Chi sei?Esci fuori immediatamente"
Improvvisamente alle sue spalle qualcosa si sollevò, caddero le scatole con un frastuono ingigantito dall'effetto eco, Jill si voltò di scatto e fece fuoco. Il movimento repentino e il rinculo del fucile la fecero cadere sulla schiena, l'arma le scivolò di mano e sentì un forte dolore al braccio.
"Ti prego, non sparare" udì dalla direzione in cui aveva sparato "non sono uno zombie".
Alzò gli occhi e vide un uomo panzuto raggomitolato su se stesso, tutto tremante nascondersi tra le scatole.
" Fortuna che il proiettile non l'ha colpito" pensò tra sé Jill raccogliendo da terra il Benelli e riassestandosi la gonna. "Chi sei ?" domandò avvicinandosi all'uomo "Come mai sei nascosto qui dentro?" L'uomo si alzò e Jill poté scorgere nei suoi occhi una paura immensa: " Mi chiamo Dario, Dario Rosso. Come te ho cercato rifugio in questo magazzino quando sono stato assalito con mia figlia non lontano da qui da alcuni mostri"
" Dov'è nascosta tua figlia Dario?" Jill capì d'avere fatto una domanda inopportuna quando vide gli occhi del compagno gonfiarsi di lacrime "L'hanno presa loro. L'hanno divorata ed io non ho saputo fare altro che scappare"
"Mi dispiace molto per tua figlia". Subito dopo il silenzio. Il corpulento uomo si accovacciò per terra con la testa fra le mani piangendo a dirotto.La ragazza tentò di consolarlo ma solo dopo un lungo periodo Dario rincominciò: " Tu chi sei?"
"Mi chiamo Jill e sono un ex membro S.T.A.R.S. " " Sei una poliziotta?" interruppe Rosso mostrando rabbia "non siete stati in grado di gestire questa situazione! Ci avete ingannati per tutto questo tempo. Dicevate che non c'era pericolo, che i primi casi di zombie erano accidentali e controllabili e invece guarda qui. Racoon City non esiste ormai più. I mostri sono ovunque e ci sbranano come cani, ci mangiano vivi e ci uniscono al loro esercito. E tutto questo per colpa vostra, per via della vostra superficialità".
"Calmati Dario, quel che è stato è stato, nessuno avrebbe mai immaginato una situazione tale"
"Parli bene tu! Io ho perso mia figlia la fuori! Probabilmente è già diventata una di loro e vuole che lo diventi anch'io"
Jill cominciava a scocciarsi del disco rotto suonato da Dario e preferì indirizzare il discorso verso binari più utili: " Dobbiamo pensare come uscire vivi da questa situazione, non piangerci addosso!" cominciò la ragazza ma fu subito interrotta dal compagno" Ma dove vuoi andare vestita così? Mogliettina azzurra, minigonna, stivali in pelle! Più che andare a battere in qualche angolo di Racoon non puoi fare. E avresti anche pochi clienti in questo momento.Sai gli zombie non amano certi tipi di prestazioni" e comincio a ridere di gusto (probabilmente era la prima risata dopo tanto tempo). Jill non trovò la storia così comica, anzi rispose stizzita, offesa, che lei poteva fare a meno di un ciccione come lui, in quanto era uscita da situazioni peggiori (anche se e difficile trovare un buon motivo per cui l'avventura della casa poteva essere ritenuta peggiore di una città stracolma di uomini e cani zombie e non solo …..purtroppo). Dario Rosso si accorse di avere esagerato e chiese immediatamente scusa e si rese disponibile ad ideare un piano di fuga.
Entrambi raccolsero più armi e proiettili possibili, nonché una massiccia dose di erbe medicinali e qualche spray medico. Jill diede un occhiata fuori dalla finestra: nessun movimento apparente, in un primo momento, poi un ombra appare e scompare in un istante: " uno zombie" pensò fra sé senza avvertire Dario "difficile visto la velocità con cui si è mosso! Un uomo? No!Troppo grande l'ombra" e poi le sembrava di aver scorto qualcosa di sinuoso vicino a quello che aveva percepito come un braccio. Meglio aspettare ad uscire comunque. Mai come in quel momento avrebbe voluto vicino a sé la 44 magnum di Barry Burton e la sua protezione. Era passato ormai quasi un quarto d'ora e niente di sospetto era accaduto. Era giunto il momento di uscire. Dario si avvicinò tenendo in mano un mazzo di chiavi. Inserì una chiave nella toppa della serratura e girò (non c'era più la maniglia all'interno). La porta si aprì e i due eroi entrarono di nuovo in un incubo più grande di loro.
Capitolo1
Appena messo piede fuori dal magazzino Dario fu percorso da un brivido: aveva ancora negli occhi la corsa a perdifiato, lo stretto corridoio e la porta che lo aveva messo al riparo dai mostri, ma era ormai consapevole di dover chiudere i conti col passato e di dover pensare solo a sopravvivere.
Jill si avvicinò alla porta di ferro che era posta all'inizio dello stretto passaggio, avvicinò la mano alla maniglia e, cercando di fare meno rumore possibile, aprì; un fastidioso scricchiolio risuonò nel silenzio della via; dopo una rapida occhiata, la ragazza fece segno al corpulento compagno di uscire e insieme si diressero verso un'auto della polizia parcheggiata a lato della strada; si avvicinarono e diedero un'occhiata all'interno: del poliziotto nessuna traccia ma la radio sembrava ancora funzionante e immediatamente Jill tentò di mandare un messaggio:
" Qualcuno è in ascolto? C'è nessuno? Siamo due civili, stiamo tentando di scappare. In questo momento ci troviamo all'angolo tra la 4° strada e Portobello road, la situazione è tranquilla, nessuno zombie in vista. Rispondete!"
Silenzio; " Ma chi speri che ti risponda? Non ti sei accorta che ormai non esiste nessun essere umano vivo oltre a noi in questa strafottutissima città!" tuonò all'improvviso Dario; ma non ebbe il tempo di riprendere fiato che la silenziosa radio cominciò ad emettere suoni:
" Rispondete! Rispondete! Chi ha mandato il messaggio? Qui è Nicholay Ginovaef della squadra speciale di salvataggio"
Jill prese immediatamente la trasmittente e cominciò: " Sono Jill Valentine, ex membro della S.T.A.R.S., e con me c'è il civile Dario Rosso"
" Jill Valentine……" e d'improvviso la radio si ammutolì di nuovo. La ragazza tentò più volte di riallacciare il collegamento senza apprezzabili risultati mentre il compagno si allontanava per tenere d'occhio meglio la situazione. " Accidenti!! Non funziona!" disse fra se e se la giovane quando un fruscio sospetto attirò la sua attenzione; subito girò lo sguardo verso un buio vicolo che s'incrociava con la via principale e scorse un essere dalle sembianze umane non lontano da lei che avanzava minacciosamente. Estratta la pistola dalla fondina, cominciò ripetutamente a far fuoco sullo zombie di fronte a lei. L'essere cadde a terra con un sordo tonfo ma dopo pochi istanti si rialzò e continuò la sua corsa verso Jill.
" Dariooooooo" urlò con quanta più voce aveva in corpo la ragazza continuando a sparare e al tempo stesso ad arretrare nel tentativo di frapporre più spazio possibile tra lei e il mostro. Dopo numerosi proiettili il non-morto cadde nuovamente a terra, stavolta non alzandosi, ma in preda a frequenti tic. La giovane si girò di scatto per richiamare l'attenzione del suo compagno ma una brutta sorpresa si celava dietro di lei: a non più di un metro un altro zombie si apprestava a gustare un nuovo pasto. Fu un attimo.. il capire di avere la pistola ormai scarica, il vedere la morte in faccia, il rievocare i vecchi ricordi, una lacrima sul viso e un ……. BOOOM inaspettato; la testa dello zombie andò in frantumi, il sangue schizzò ovunque, il corpo putrefatto del nemico le cadde tra le braccia ormai privo di vita.
"Dario!!" e non riuscì a trovare altre parole.
L'amico le stava quasi di fronte appoggiato sul calcio del fucile, shockato anche gli dal pericolo corso dalla ragazza; l'uomo era andato, durante i tentativi della compagna di rianimare la radio, al fondo della via attirato da urla umane e fu spettatore di una scena a dir poco raccapricciante: un ragazzo sulla ventina, biondo era riverso sulla strada implorando aiuto mentre sopra di lui due mostri gustavano le sue carni ancora vive.
Forse la paura, forse il ricordo della figlia lo spinsero a tornare indietro di corsa, non prima di aver raccolto dal corpo esanime di un poliziotto un Benelli rivelatosi poi provvidenziale. Mentre ripercorreva la strada, l'immagine dello sguardo che il giovane gli aveva rivolto aumentava l'odio verso quella situazione e al tempo stesso lo incitava a tenere duro fino alla fine. Poi il grido di Jill,
la vista del mostro e il colpo di fucile risolutore.
" Non so proprio come ringraziarti Dario. Ti devo la vita" riprese Jill mentre ricaricava la sua M92F "Cercherò di sdebitarmi, stanne sicuro. Sei un cecchino però, complimenti"
" Tutta fortuna, mi sono limitato a premere il grilletto e il fato ha voluto che facessi spezzatino di testa di zombie"
Jill sorrise all'affermazione del compagno e, analizzata attentamente la situazione, ricominciò con serietà "Dobbiamo allontanarci immediatamente da questa zona, gli spari attireranno sicuramente i mostri in questa direzione. Tra l'altro ho notato che diventano via via più intelligenti! Non mi sono minimamente accorta della presenza dello zombie alle mie spalle"
A Rosso non interessava minimamente l'intelligenza dei mostri, ma l'idea di abbandonare quel luogo non gli dispiaceva affatto. Ricaricato il fucile seguì di corsa la ragazza che entrava in un vicolo laterale dopo aver aperto l'ennesima porta.
Tutto tranquillo. Non si udivano neanche i corvi che, da qualche giorno a quella parte, assordavano con i loro incessanti versi. "Che lavoro facevi prima Dario?" disse Jill forse per allentare la tensione.
" Lavoravo come impiegato in un negozio di libri, ed è forse per questo motivo che il mio sogno era quello di diventare scrittore. Dovessi mai uscire da questo incubo scriverò la storia di quest'avventura e tu avrai l'onore di essere la prima ad averne una copia"
"Ti ringrazio ma…. leggere un libro conoscendone già la storia non è proprio il massimo." Mentre pronunciava queste parole Jill si accorse di non avere più il compagno al suo fianco; si voltò e lo vide fermo vicino ad un bidone con aria triste e sguardo rivolto verso il basso.
Si avvicinò e disse: "Dario, cosa ti prende? Perché ti sei fermato?Hai notato qualcosa?"
L'amico sollevò la faccia verso di lei tanto da permetterle di scorgere due occhi gonfi pronti al pianto e al tempo stesso indicava con braccio teso una pozza di sangue vicino al barile.
"Non capisco. Cosa vuoi dirmi? Perché indichi quel sangue?" continuò Jill.
"Quello è sangue del mio sangue. E' in questo punto che sono stato attaccato con mia figlia, prima di rifugiarmi nel magazzino. E quello che tu vedi è ciò che rimane di Alexia. Proprio qui è stata sbranata da quegli esseri demoniaci, senza che potessi intervenire; probabilmente adesso vaga senza meta per Racoon City a fare vittime innocenti aspettando di ricongiungersi al padre. Ho paura di incontrarla, di vederla in questo stato. Non potrei mai spararle, pertanto desidero che lo faccia tu per me". La donna rimase momentaneamente muta, non sapendo cosa dire al povero padre.
"Come vuoi tu, Dario" rispose Jill senza riuscire a guardarlo in faccia. " Ora però è il momento di andare, non possiamo permetterci troppe soste"
"Dove siamo diretti Jill?" ricominciò Dario che fino a quel momento aveva seguito la ragazza senza sapere nulla sulla loro meta.
"Alla stazione di polizia. Spero di trovare ancora qualcuno vivo là dentro, magari il mio vecchio capo Irons. Inoltre ci sarà possibile utilizzare la radio e chiedere aiuto, sperando che qualcuno venga a prenderci".
"Come vuoi tu. Andiamo"
Giunsero così alla fine del vicolo. Un cancelletto era posto ad entrata della strada. Jill diede un'occhiata tra le sbarre e vide uno spettacolo a dir poco raccapricciante. Aprì con forza il cancello ormai arrugginito e fece alcuni passi all'interno della via. Attorno a lei una trentina di corpi giacevano riversi sull'asfalto e una puzza immensa invadeva l'aria.
"Altre vittime dei mostri" osservò Dario voltando lo sguardo qua e là. Ma la situazione non era così semplice come gli era sembrata in un primo momento.
"Non sono uomini sono zombie. Non vedi i tic ripetuti dei loro corpi?". Si avvicinò ad alcuni di loro e osservò attentamente. Notò immediatamente un particolare: non c'era segno di sparatoria, nessun proiettile vicino ai corpi, sembrava quasi che fossero stati uccisi a colpi di non so che cosa. Molti avevano la taste spaccata, altri avevano profonde ferite sul torace e su altre parti del corpo, e non sembravano ferite di arma da taglio, bensì strappi nella carne; solamente un piccolo gruppo di cadaveri presentava segni di un'esplosione simile a quella provocata da un arma da fuoco, non un semplice fucile ma qualcosa di più potente: un Bazooka per esempio.
L'attenzione della ragazza fu catturata dal compagno che le indicava un oggetto sul terreno. A prima vista poteva apparire come un'enorme salciccia rosa, ma chiaramente era qualcosa di diverso, assomigliava vagamente ad un pezzo di tentacolo, un qualcosa non appartenente sicuramente neanche al mondo animale.
"Chi può essere stato a compiere questo macello?" disse Dario guardando Jill accovacciata ad osservare il curioso reperto.
"Non ne ho la minima idea. Dubito che sia stato un essere umano, ed ho un terribile sospetto: temo che possa essere una delle bioarmi dell'Umbrella, un tyrant, anche se quello della tenuta degli Spencer aveva artigli nelle mani e per tanto non serviva un'arma da fuoco, era già pericoloso abbastanza. E poi a che scopo quei brutti porci l'avrebbero lasciato libero di agire in Racoon? "
"Sinceramente non so tuttavia quegli zombies possono essere stati uccisi prima da qualcun altro con un Bazooka, forse qualche poliziotto ben armato" osservò Rosso.
"Anche questo è possibile, ma le ferite degli altri non mi sembrano causate da d'artigli" rispose la ragazza con aria dubbiosa.
"Che cos'è un tyrant, Jill?"
"E' una bioarma dell'Umbrella, il prototipo di un soldato perfetto, ma adesso non posso spiegarti tutto, dobbiamo allontanarci da questa zona, ho un brutto presentimento".
I due si allontanarono dalla carneficina e proseguirono lungo la via in direzione del RPD; Nella testa della ragazza, però, si affollavano ipotesi diversissime sullo sterminatore che aveva eliminato senza troppi problemi quegli esseri mostruosi. Non si schiodava dall'idea del Tyrant, anche se non riusciva a spiegarsi il motivo dell'accanimento su potenziali alleati. Man mano che la coppia avanzava notava sulla strada sempre più corpi di poliziotti e di uomini vestiti con uniforme militare. "Devono essere i membri della squadra speciale inviata dall'Umbrella per salvare i civili di Racoon" pensò fra sé e sé Jill " ma a quanto pare non hanno avuto molta fortuna"
"Guarda qua Jill" interruppe Dario" Guarda che belle armi che hanno questi militari". L'uomo aveva ragione, i membri dell'U.B.C.S (così si chiamava la squadra speciale) erano armati con i M4A1, fucili d'assalto molto utili in circostanze come queste. Entrambi presero un fucile e diversi caricatori (non fu difficile armarsi fino ai denti data la gran quantità di cadaveri di soldati sulle strade) e si diressero verso l'ennesimo vicolo laterale. Percorso di corsa un breve tratto di strada e aperta l'ennesima porta cigolante Jill e Dario si ritrovarono in una delle vie più belle di Racoon: alla loro destra si trovava il Black Jack bar mentre più avanti c'era la boutique preferita da Jill; alla loro sinistra appoggiato ad un cassonetto dei rifiuti un corpo immobile di uno zombie, mentre un altro corpo giaceva riverso sulla scalinata d'entrata di un vecchio palazzo. I due cominciarono ad avanzare molto cauti lungo la strada quando, 100 metri più avanti, poco prima di svoltare sulla destra ,con un improvviso e fragorosissimo CRASH, le assi che sbarravano l'ingresso di una casa si ruppero e dalla porta uscirono qualcosa come una ventina di zombies. Vista la strada sbarrata dall'inaspettato e inopportuno incidente, sia Jill che Dario si voltarono di scatto e cominciarono a correre verso dove erano venuti.
"Entriamo nel bar! Se non erro la porta posteriore conduce su un vicolo che porta alla stazione" urlò Dario nell'affanno.
"Adesso me lo dici, imbecille"rispose prontamente la ragazza. Ma non ebbe il tempo di imprecare verso il compagno che entrambi dovettero imbracciare i loro fucili d'assalto e far fuoco sui due zombies che precedentemente avevano visto privi di vita coricati sull'asfalto.
"Bastardi!! Volevano accerchiarci!" disse Dario mentre crivellava di colpi il malcapitato mostro;
" Zitto e pensa ad entrare nel locale" rispose Jill.
Scesero i gradini e aprirono la porta. Una volta dentro sbarrarono l'entrata con un distributore di sigarette posto provvidenzialmente nei pressi dell'uscio. Dopo qualche istante cominciarono a sentire i colpi sulla porta, sempre più forti tanto che sembrava ormai imminente l'entrata dei non-morti; ma d'improvviso ogni rumore cessò e il silenzio tornò a regnare nell'aria.
"Per un attimo ho temuto di essere quasi giunto al capolinea. Sia ringraziato il cielo hanno deciso di lasciarci in pace. Cosa può averli spinti a desistere secondo tè?" riprese Dario.
" Non saprei proprio. Forse hanno adocchiato una preda più facile" rispose Jill, con una voce resa rauca e irriconoscibile dallo sforzo fatto in precedenza, avvicinandosi al retro del bancone. Non appena ebbe girato l'angolo per dirigersi verso la cassa una figura le si parò davanti cingendola con le mani e puntandole con violenza un'arma sulla tempia.
"Chi sei?" disse la figura premendo sempre più forte la pistola sulla testa della ragazza " Dimmi chi sei o ti faccio un nuovo buco in testa"
" Fermati!! Sono Jill! Non mi riconosci, Brad!"
"Jill!?" disse tra lo stupore l'uomo allentando la presa e lasciando libera la ragazza.
"Non muoverti o sparo" tuonò nel frattempo Dario impugnando il fucile e puntandolo verso l'uomo avanzando lentamente verso di lui.
"Tranquillo Dario! E' un mio amico, Brad Vickers, un membro S.T.A.R.S." interruppe Jill.
"Bell'amico che hai, per poco ti faceva secca!!!!" rispose quasi stizzito Rosso continuando a tenere il fucile puntato verso Vickers che nel frattempo si era letteralmente accasciato sul bancone.
"E' vero Brad! Perché mi hai assalito con tanta violenza?Cosa ti è preso?" Jill a Brad.
"Scusami Jill. Non t'avevo riconosciuto. Non riesco a vedere bene per colpa di un liquido che quei maledetti mostri mi hanno sputato negli occhi e non ho riconosciuto neanche la tua voce. Scusami ancora."
Jill frugò tra le sue cose, tirò fuori una bomboletta spray e armeggiando per qualche minuto cercò di curare gli occhi del compagno. Dopo un leggero bruciore, fortunatamente, a Brad si schiarì la vista tanto da permettergli di commentare l'abbigliamento della donna.
"Ma come diavolo sei conciata. Devi far colpo su qualche zombie per caso. Con quelle belle gambe che ti ritrovi e che mostri con così grande disinvoltura faresti innamorare chiunque. Quella minigonna attizza anche me".
"E' quello che le ho detto anch'io quando l'ho vista in magazzino" aggiunse Dario guardando con un sorrisino il nuovo compagno, ed insieme scoppiarono in una fragorosa risata.
Jill, invece, non sapeva se essere contenta per le lodi ricevute od offesa per la nuova critica al suo abbigliamento; comunque anche lei si fece contagiare dal riso generale che le tolse momentaneamente tutti i problemi dalla testa ridandole almeno un poco di serenità.
Tale situazione non durò molto a lungo. Un rumore che proveniva dal retro del locale attirò l'attenzione del nuovo trio, tutti imbracciarono il fucile d'assalto (anche Brad Vickers ne possedeva uno) e si allontanarono dalla porta divisoria; all'improvviso un'orda di zombies entrò nella sala dirigendosi di gran carriera verso i tre.
" Quei bastardi hanno fatto il giro del locale, ecco perché sono andati via dalla porta principale!" urlò Dario volgendosi verso Jill che rispose immediatamente:
" Te l'avevo detto che erano diventati più intelligenti"
Jill, Brad e Dario non esitarono ad aprire il fuoco sul gruppo, spargendo ovunque sangue e carne finché, inspiegabilmente, il corpulento uomo abbassò la sua arma e cominciò ad avvicinarsi ad un piccolo gruppo di morti-viventi sul lato della stanza.
"Alexia" urlava l'uomo tendendo le mani verso uno zombie dall'aspetto femminile " figlia mia, vieni da me! Scappa da questi mostri!"
" Dariooo!" lo richiamò Jill continuando a sparare " non è più tua figlia, ormai è solo uno zombie".
Ma niente riusciva a fermare l'uomo che, shockato dalla vista della figlia, aveva perso la ragione e continuava ad avvicinarsi alla morte. Fu necessario l'intervento di Brad, che non aveva capito immediatamente il senso di quel gesto ma che si era reso conto del pericolo che correva l'amico; tirata fuori da una tasca una 44 Magnum, con tre colpi degni di un cecchino distrusse letteralmente le teste degli zombie del gruppetto a lato. Frattanto anche l'ultimo dei mostri cadeva sotto i colpi di Jill e proprio come se n'era andato così era tornato il silenzio. Gli unici rumori erano le urla di Rosso che si era precipitato sul corpo ormai semiputrefatto della figlia, abbracciandola con una stretta degna di un lottatore di wrestling; né la donna né il membro S.T.A.R.S. riuscirono ad avvicinarsi all'uomo e a consolarlo ma entrambi giurarono in cuor loro di far pagare anche ciò all'Umbrella. Anche sul volto di Jill apparve nuovamente una lacrima.
Capitolo 2
Passarono diversi minuti prima che Dario tornasse alla cruda realtà; poi spostò il corpo della figlia in un angolo della stanza, la coricò distesa lungo la parete e le incrociò le braccia come si è soliti fare con i defunti; la guardò intensamente per l'ultima volta e le voltò le spalle deciso più che mai ad uscire da quella maledetta città.
" Dove si va ora?" disse Brad "ricaricando la sua arma.
"Alla stazione di Polizia. Spero di trovare qualcuno o qualcosa di utile là dentro" rispose immediatamente Jill avvicinandosi all'uscita sul retro del bar. " Non penso che lungo la strada ci siano molti zombie, ma armiamoci fino ai denti lo stesso"
"Come fai a sapere che non ci sono zombie di qui alla stazione?" chiese alquanto incuriosito Rosso vista l'apparente sicurezza della ragazza.
"Intuito femminile" replicò la ragazza con un leggero sorriso sulle labbra.
" Visto che sei una veggente" riprese Brad " sai spiegarmi il significato delle parole di un mercenario che ho incontrato poco prima di entrare qua dentro?"
" Se provi a riferirmi cosa a detto, forse ce la posso fare"
"Sei sempre acida con me! Forse non ti ricordi che a salvarti sulle montagne di Arkalay sono stato io, o hai la memoria corta?"
" Io ricordo benissimo invece, e mi ricordo anche che in quel casino ci sono capitata perché un cacasotto di mia conoscenza, appena ha fiutato il pericolo, è scappato con l'elicottero lasciando i compagni a vedersela da soli. Ti ricordi chi è quel cacasotto, vero Brad? O meglio: vero Cuore di pollo?"
" Se stai cercando schiaffi, sei molto vicina all'obbiettivo. La mia era solo una ritirata strategica per esaminare meglio la situazione, non a caso nel momento del vero bisogno sono stato presente e risolutore"
"Senti un po', mi girano già le scatole per la situazione in cui mi trovo, se poi devo anche sorbirmi le tue cazzate non riesco ad andare avanti…. Mi dispiace, quindi finiscila per favore"
"La finite entrambi!!!" tuonò Dario che fino a quel momento era rimasto ad ascoltare il diverbio senza riuscire a capire la situazione " Forse vi siete dimenticati dove ci troviamo e che stiamo rischiando la pelle. Le discussioni posticipiamole a quando saremo fuori da quest'incubo. Che cosa ti ha detto il mercenario Brad?"
"Non ho capito molto del suo discorso, l'ho trovato moribondo appoggiato al muro. Ha cominciato a farfugliare farsi senza senso, parlando di un mostro che gira per Racoon, a quanto ho capito non uno zombie normale ma molto peggio. Poi il mercenario a cominciato a ripetere continuamente Nemesis e S.T.A.R.S. ed è morto, senza darmi altra spiegazione".
"Cosa può voler dire questo Jill?" disse Rosso voltandosi verso la donna che però sembrava tanto perplessa quanto lui.
"Sinceramente non saprei, ma spero solo che non ci sia nessun legame tra questo mostro, la strage di zombie di prima e i membri della S.T.A.R.S. In ogni modo sia è giunta l'ora di abbandonare questo posto e di dirigersi verso l'R.P.D"
Dopo una rapida occhiata sulla piazzetta adiacente il retro del locale e appurata la mancanza di pericoli i tre uscirono dal Black Jack e percorsero di corsa il tratto di tragitto che li separava dall'ennesima porta arrugginita della strada. Il pilota della squadra speciale aveva appena appoggiato la mano sulla maniglia quando la porta vibro fortemente e tra le sbarre si intravidero i musi di due dobermann zombificati che tentavano di spingere l'uscio e di mordere l'uomo. Appena udito il colpo, Vickers fece un improvviso balzo indietro andando a franare proprio sulla compagna che si trovava dietro di lui; entrambi caddero al suolo, ma mentre Brad poté sfruttare il corpo della donna come materasso, la povera ragazza urtò violentemente la testa sul pavimento e perse i sensi.
" Sei un idiota! Guarda cosa hai combinato!" Urlò Dario all'indirizzo del compagno che tentava di rialzarsi in fretta e furia " prendi il fucile e aiutami"
Dario, infatti, aveva cominciato a sparare attraverso le sbarre ai cani (fortuna volle che la porta fosse rimasta chiusa, impedendo alle belve di avventarsi su un facile bottino come era Jill in quel momento) e in brevissimo tempo il pericolo fu scongiurato.
Non appena l'ultimo zombie-dog cadde a terra in una pozza di sangue, i due uomini si apprestarono a prestare le prime cure alla svenuta. Dario sollevò leggermente la testa della ragazza con le mani mentre l'amico cominciò a chiamare l'amica anche con leggeri schiaffetti sulla guancia. Dopo un po' di tempo e dopo numerosi schiaffetti la donna accennò ad aprire gli occhi e, non appena si accorse di avere di fronte la causa della sua caduta, mollò uno schiaffo tanto forte e tanto rumoroso da far volare via un piccolo gruppo di corvi che osservavano la scena appollaiati su un muretto.
Il pilota cadde a terra tenendosi la guancia dolorante ma non esitò a parlare : " Porca miseria che mazzata!! Notò con piacere che ti sei rimessa subito in forze. E io cominciavo già a preoccuparmi"
"Brad" rispose Jill tenendosi la testa ancora dolorante " dirti che sei un idiota è farti un complimento, al tuo confronto un idiota sarebbe degno di un Nobel. Non riesco a trovare le parole per definirti! Sei un caso patologico, dovrebbero studiarti assieme agli animali. Penso che tu sia l'anello di congiunzione tra la scimmia e l'uomo…." E così continuò per diversi minuti, fino a quando i tre non furono pronti a proseguire il loro percorso. Vickers, che continuava a ricevere insulti sorridendo e ringraziando numerose volte l'amica, aprì la porta ed entrò nel piccolo vicolo di collegamento con l'ufficio vendite. Non ebbe il tempo di fare un passo che uno zombie-dog, che non era stato ucciso dai colpi di Dario, si alzò da terra e l'assalì cominciando a morderlo sul petto;
Immediatamente Jill estrasse la 44Magum e fece fuoco colpendo il cane sul ventre e facendolo stramazzare al suolo definitivamente. Con grande sorpresa Jill e Dario videro il loro compagno alzarsi da terra come nulla fosse successo, aggiustandosi il ciuffo con la punta delle dita.
" Stai bene Brad?" chiese la ragazza osservando l'amico con attenzione.
" Penso proprio di sì." Rispose Vickers e continuò" Cosa avete da guardarmi in questo modo? Non avete mai sentito parlare di giubbotti antiproiettili? In casi come questi sono molto utili"
Terminate le spiegazioni il gruppetto entrò in un altro vicolo e si trovò di fronte un muro di fiamme che sbarrava la strada.
"Ma porca puttana!" esclamò Vickers osservando le fiamme che si levavano alte di fronte a lui " cosa si fa ora? Questa è l'unica via d'accesso alla stazione, l'altra strada è interrotta per via di un incidente con un pullman"
" Non c'è un idrante in zona?" riprese Dario guardandosi intorno.
" E' dall'altra parte della barriera, e poi non abbiamo le chiavi per aprire l'acqua. Dobbiamo attraversare di corsa le fiamme, è l'unica soluzione" rispose Jill avvicinandosi alla barriera.
"Ma sei scema? Non ho nessuna intenzione di finire arrosto in questo vicolo delle balle"
Dario non ebbe finito di pronunciare l'ultima sillaba che la porta alle loro spalle si aprì di botto e un nutrito gruppo di mostri cominciò a dirigersi verso il trio.
"Noi andiamo Dario. Se tu vuoi rimanere a discutere con quei signori, fai pure. Ci vediamo" e sia Jill che Brad si gettarono tra le fiamme, seguiti a ruota dal panzuto amico.
" Di qua" disse Brad indicando un piccolo cancelletto al fondo della strada.
Apertolo con le necessarie precauzioni, il trio si trovò in una delle vie a loro più familiari. Alla loro sinistra un negozio di libri, il "Books", dove aveva lavorato a lungo Dario, di fronte un negozio di fiori, mentre al fondo della via si intravedeva l'ala destra della stazione di polizia.
I tre percorsero di corsa il tratto di strada, svoltarono alla loro sinistra e si trovarono dinnanzi all'enorme cancello del RPD. Entrarono nel cortiletto della stazione e contemplarono la facciata maestosa dell'edificio; Jill aprì l'enorme portone che dava sull'atrio in cui svettava la statua della dea volante e tutti si rifugiarono all'interno.
"Sembra che non ci sia nessuno" esclamò Jill notando un insolito silenzio " che siano tutti morti?"
" Andiamo a dare un'occhiata nel resto della stazione" propose il pilota avvicinandosi all'unica porta laterale non ancora sbarrata. Il gruppo proseguì percorrendo diversi corridoi senza incontrare anima viva (e fortunatamente neanche morta), salì le scale e avanzò fino alla statua di un dio che sorregge un'anima.
"Che razza di statue avete qua dentro?" disse Dario rivolgendosi a Brad.
"Non dirlo a me. Sono tutte idee di Irons, il capo della polizia; le ha piazzate qui quando ha fatto ristrutturare l'edificio. A me personalmente fanno cagare"
" La tua finezza è stupenda, Brad. Non riuscivi a trovare un altro modo per esprimere la tua opinione?" disse Jill.
"NO"
Terminato l'ennesimo battibecco tra i due membri S.T.A.R.S., i tre arrivarono di fronte alla porta dell'ufficio della squadra speciale.
"Bei ricordi, Jill" disse Brad " Ma perché sei andata via dal gruppo?"
" Lo sai benissimo, quindi non farmi domande inutili. E' chiusa! Dobbiamo andare a prendere la chiave sotto" e così dicendo si diresse nuovamente verso le scale, ma una mano l'afferrò per un braccio stringendola con una certa forza. Era la mano di Dario, il quale si rivolse con tali parole alla ragazza. " Probabilmente ti sei dimenticata in che situazione siamo. Siamo in una città infestata da zombie, siamo armati fino ai denti, stiamo cercando di portare a casa la pelle.Perché diamine vuoi una chiave quando basta una spallata ad aprire questa porta! Ti assicuro che nessuno verrà mai a chiederti i danni" e così dicendo sfondò con un colpo la porta ed entro nell'ufficio.
" Il tuo amico non è idiota come te, Jill" disse Brad sorridendo alla compagna.
"Stai zitto ed entra"
Cominciarono a frugare tutta la stanza alla ricerca di qualcosa di utile, ma tutto ciò che trovarono furono cartacce e qualche proiettile per la pistola. Stavano già per abbandonare la stanza quando un rumore pesante di passi si udì provenire dalla scala.
"Chi può essere a fare tutto questo rumore?" chiese Dario con un'espressione interrogativa.
"Non chiederlo a me" rispose Brad "ma non penso sia molto conveniente aspettare la risposta sul corridoio. Entriamo dentro" e chiusero la porta alle loro spalle.
"Nascondiamoci da qualche parte" suggerì Jill, controllando i possibili nascondigli all'interno della stanza.
La ragazza trovò rifugio sotto la scrivania di Barry Burton, Dario, invece, sotto quella di Rebecca Chambers, ben coperti da sedie e scatole, Brad preferì entrare in un baule al fondo della stanza, proprio vicino a quella che un tempo era la scrivania di Albert Wesker. Nel frattempo i passi si fecero sempre più vicini, poi il rumore cessò e pian piano la porta si aprì. Si sentì un suono, una parola: "S.T.A.R.S."
Ciò che videro entrare fece drizzare loro i capelli, andava probabilmente oltre ogni aspettativa. Un mostro oltre i due metri e trenta, con una cicatrice che correva lungo tutta la testa e copriva l'occhio destro; l'altro occhio completamente bianco, dalla spalla, attraverso uno squarcio in un vestito di pelle nera si poteva scorgere una parte di tentacolo, molto simile a quello trovato sulla piazza da Jill e Dario. Sulla faccia, priva di una vera e propria pelle, mancavano le labbra ed erano chiaramente visibili i denti aguzzi. Si muoveva con estrema lentezza come se stesse fiutando qualcosa, probabilmente era alla ricerca di qualcuno. Avanzò nella stanza superando sia la scrivania di Burton sia quella di Rebecca dirigendosi verso il baule di Brad. Il mostro tese la mano ed afferrò la maniglia, incominciò a tirare il coperchio. Brad, che aveva visto il mostro da una fessura della cassa, immediatamente capì il senso delle parole del mercenario e il motivo del suo spavento ed, allo stesso tempo, intuì che solo un miracolo poteva ormai salvarlo. E probabilmente quello era il suo giorno fortunato perché Nemesis (così si chiamava la nuova B.O.W. dell'Umbrella) mollò di scatto il coperchio e con una velocità strabiliante, specie se comparata con i lenti movimenti precedenti, uscì dalla stanza attirato da una forte esplosione probabilmente al piano di sotto.
I tre non si mossero dai loro rifugi per circa 10 minuti, ancora spaventati per la vista del mostro. La prima ad uscire allo scoperto fu Jill, la seguì immediatamente Dario mentre Vickers non dava segno di voler abbandonare il suo baule.
"Esci Brad! Non c'è più pericolo" disse Dario, osservando dalla finestra del corridoio il mostro che si allontanava sulla strada scavalcando con grande agilità un gruppo di auto ammassate per un incidente.
" Si sarà pisciato addosso come sempre" rispose Jill avvicinandosi alla cassa.
Appena sentite le parole della compagna, il pilota aprì il coperchio del baule urlando alla ragazza
" Adesso mi hai fatto veramente incazzare, puttana. Per tua informazione io non mi sono mai pisciato addosso, neanche ora. Avrei voluto vedere te al mio posto"
" Non ti arrabbiare così, scusa. Come sei diventato permaloso"
"Vai a fare in culo Jill! Comunque come sempre ti dimostro di essere fondamentale. Guarda cosa ho trovato qua dentro!" e indicò l'interno della cassa.
Il pilota faceva bene a compiacersi della sua scoperta; all'interno del baule, sotto un finto fondo infatti, erano ben riposti una decina di lanciagranate nuovi di zecca e numerose munizioni di diversi tipi: acide, infiammabili e congelanti.
"Bel lavoro Brad!" disse Dario osservando tutto quel ben di dio" Ma come facevi a stare là dentro?"
"Guarda che non sono mica un ciccione come te"
" Tu la rissa la cerchi sempre. Comunque non sono ciccione, sono solo un po' robusto"
Poco dopo il trio si diresse nuovamente verso le scale e scese al piano terra. A differenza dell'andata, stavolta, ad aspettarli c'era un piccolo nugolo di zombie che non dovettero aspettare molto ad andare definitivamente all'altro mondo sotto i colpi dei fucili d'assalto del trio.
Nei pressi della porta che conduceva alla stanza buia per lo sviluppo delle foto, un altro zombie, piuttosto panzuto, fece capolino.
" Guarda Dario! Dev'essere un tuo parente a giudicare dalla pancia" disse Brad rivolgendosi al compagno con un chiaro sorriso sul volto.
"Mamma mia quanto sei simpatico" ribatté Rosso " Hai mai pensato di fare il comico. Faresti ridere anche i polli" mentre crivellava di colpi la causa del battibecco.
All'improvviso dalla stanzetta udirono un urlo
" Aiutooo. Qualcuno mi aiuti." Ed un colpo di pistola subito dopo.
Immediatamente entrarono nella stanzetta e videro, attorniata da 5 zombie, una giovane ragazza vestita da motociclista intenta a difendersi con una pistola; Jill impugnò il fucile d'assalto e in pochi secondi stese i nonmorti, poi si avvicinò alla ragazza chiedendole come stava e cosa ci faceva all'interno della stazione. La motociclista rispose molto spaventata che stava bene, che era entrata nella stazione cercando rifugio, ma era stata aggredita dai mostri. Per sua fortuna accanto ad un corpo senza vita di un poliziotto aveva trovato una pistola grazie alla quale era riuscita a difendersi fino all'arrivo dei tre.
"Come ti chiami?" continuò Jill.
"Elza. Elza Walker" rispose immediatamente la ragazza aggiustandosi i lungi capelli neri.
"Come mai sei vestita da motociclista?"
"Semplice. Sono una motociclista. Purtroppo la mia moto ha avuto un incontro ravvicinato con un muro nel tentativo di evitare un gruppetto di zombie e io sono rimasta a piedi"
"In questo caso dovresti cambiarti d'abito, non penso sia molto comodo camminare con quella roba addosso, specie in questa situazione. Andiamo sopra che, se non mi ricordo male, è rimasta una mia uniforme S.T.A.R.S."
"Anche tu non sei messa molto bene ad abbigliamento, magliettina e minigonna. Avevi un appuntamento con qualche uomo?" disse Elza osservando la nuova compagna.
"No! Con qualche cliente!" rispose immediatamente Brad, punzecchiando per l'ennesima volta l'amica provocando l'ennesimo battibecco.
Come aveva previsto Jill, nell'ufficio della S.T.A.R.S. il gruppo trovò l'uniforme. Elza si cambiò, l'abito le stava a pennello, solo il berretto le dava un po' di fastidio.
"Tu non ti cambi?" disse Elza rivolgendosi a Jill e indicando un'altra uniforme nell'armadio.
"Preferisco di no." Rispose Jill " Poi questo abito porta fortuna"
"Mannaggia che culo!" disse Brad ad alta voce " Siamo in una città di zombie, i mercenari mandati ad aiutarci sono stati sterminati, un mostro enorme e alquanto pericoloso ci sta dando la caccia! Abbiamo una fortuna stratosferica! E se avevamo sfiga cosa doveva succederci? Il governo doveva mandare un missile e spazzarci via dalla faccia della terra!"
"Sei il solito imbecille Brad. Stai zitto una volta tanto! Dici sempre e solo cazzate!" continuò Jill.
"Stavolta non ho detto cazzate; ho detto solo la verità".
" Avete detto un mostro che gira per Racoon?" interruppe Elza " Poco prima che arrivaste a salvarmi ho visto scendere dalle scale un essere impressionante. Tuttavia non mi ha degnato d'attenzione. Mi è passato affianco di corsa, non mi ha neanche guardato, anzi mi ha dato involontariamente una mano spazzando via due zombie che gli sbarravano la strada. Non mi è sembrato molto pericoloso."
" Non gli interessavi tu! Temo proprio cercasse qualcuno della S.T.A.R.S. Avete sentito cosa ha detto entrando nella stanza?" affermò Jill consegnando alla nuova compagna un lanciagranate preso dal baule."
"Andiamo a chiederglielo" suggerì Dario che non aveva ancora aperto bocca." Usciamo solo da qua dentro"
"Non chiedete aiuto con la radio?" disse Elza indicando un'enorme consolle sulla sua destra.
"Non funziona. Ho già provato.Siamo isolati dall'esterno." Rispose Jill uscendo dall'ufficio.
I quattro percorsero nuovamente il corridoio e scesero le scale, dirigendosi verso l'uscita. Davanti camminavano le due ragazze, dietro i due uomini che confabulavano tra loro.
"Guarda questi due bei culetti davanti a noi" disse Brad nell'orecchio di Dario, mentre indicava col dito le due donne.
"Non guardare solo i loro fondoschiena, dai un'occhiata d'insieme. Sono proprio due belle gnocchette" rispose Dario , colpendo il compagno ripetutamente col gomito.
"Hai decisamente ragione. Facciamo così: io prendo Elza, tu accontentati di Jill"
"Sogna ragazzo! Pensa ad uscire da Racoon, poi fai il dongiovanni! Ma la nuova tipa non mi sembra molto disponibile"
"Che diavolo né sai, la conosci?"
"No, però su queste cose il mio intuito non sbaglia mai"
"Anche tu sei un veggente come Jill! Li mortacci vostri. Solo io non ho facoltà paranormali. Però se ci provo con Elza ti assicuro che faccio centro. Sono troppo un mago con le donne"
"Va bene, ma per me sei un mago di cazzate. Dì un po', Jill il ragazzo ce l'ha?"
"Ma dove? Quella è un maschiaccio, anche se rimane sempre una gran bella donna"
"Cosa state confabulando voi due?" interruppe Jill voltandosi.
"Stiamo parlando di che bella giornata è oggi, cara"rispose Brad.
E così dicendo aprirono l'enorme cancello del R.P.D. e si ritrovarono nuovamente sulla strada.
Continua….
Capitolo 3
Prima di dirigersi nuovamente verso il punto da cui precedentemente erano giunti, i quattro osservarono l’enorme portone che si erano chiusi alle spalle. In quel momento pareva ancora più mastodontico, forse per via del caos che regnava ancora sulla strada.
Tra le sbarre potevano scorgere la facciata del R.P.D., le sue colonne marmoree, le sue enormi finestre, le due bandiere americane che pendevano ai lati dell’entrata. Speravano e allo stesso tempo temevano che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero visto quell’edificio. Jill sembrava la più affranta. Le tornarono in mente i bei momenti passati lì, le risate e gli scherzi nell’ufficio della S.T.A.R.S., le timide advances di Chris che lei rifiutò cordialmente, i lunghi pomeriggi seduta sulla scrivania a non fare assolutamente nulla o a tirare palline di carta al dirimpettaio di turno. Non dimenticava che era stato proprio grazie al reclutamento nella squadra speciale che aveva abbandonato la vita di strada, i piccoli furti e gli scippi. Per tutto ciò doveva ringraziare Albert Wesker, il suo capitano, colui che, in seguito, le avrebbe fatto rischiare seriamente la vita.
Brad guardava la stazione senza rimpianti; troppe volte aveva rischiato la pelle per onorare il distintivo, più volte si era chiesto se quel mestiere era adatto a lui ma la risposta, per strano che fosse, era sempre stata positiva. Il motivo non era chiaro neanche a lui: forse era lo stipendio, forse l’amicizia con gli altri membri del team, forse una vocazione divina.
Gli altri due osservavano l’ R.P.D. solo in attesa dei due compagni: chi per un motivo, chi per l’altro, non avevano mai messo piede nell’edificio, per loro era solo una delle tante costruzioni di Raccoon.
Il gruppetto s’incammino per la via a passo non troppo spedito; un idrante sul marciapiede era saltato a causa di un incidente e l’acqua zampillava bagnando la strada con un bellissimo effetto pioggia.
“Jill” disse Brad “vuoi un ombrello? Sai, non vorrei che ti rovinassi l’acconciatura; poi gli affari ne risentirebbero”
Ovviamente la risposta non si fece attendere:
“ Brad, ringrazia che ho finito i vaffanculo, altrimenti te ne avrei dato volentieri uno”
“Lo sai che questo linguaggio non si addice ad una bella signorina come te?”
“Lo sai che non me ne frega niente?”
“La smettete entrambi?” tuonò Dario apparentemente scocciato dai continui battibecchi dei due ragazzi “Piantatela! Non mi pare proprio il momento di litigare, siamo nella merda fino al collo”
“Chiedo umilmente scusa” disse Jill avvicinandosi ad un portoncino che non sembrava aprirsi nonostante il tentativo di Elza.
“E’ chiuso a chiave!” disse Elza, mollando la maniglia ormai semi arrugginita. “cosa facciamo ora?”
“Sfondiamo la porta con una spallata” suggerì Brad memore di ciò che era accaduto nella stazione.
“Pessima idea” rispose Jill.
“E quando mai tu mi dai ragione?”
“Ho due buoni motivi per essere contrario al tuo suggerimento. Uno: sfondare un cancelletto di ferro mi sembra alquanto più arduo che sfondare una porta in legno come quella del nostro ufficio. Due: il mostro che abbiamo incontrato all’R.P.D. è stato attirato dal frastuono che abbiamo provocato. Potrebbe accadere la stessa cosa in questo caso e dubito che la buona sorte possa assisterci di nuovo!”
“Cosa hai intenzione di fare allora?” chiese Elza tentando di forzare nuovamente la porta.
“Qualcuno ha una spilla, una forcina od altro del genere?” chiese l’ex S.T.A.R.S. guardando ad uno ad uno i suoi compagni d’avventura.
Fortunatamente Elza tirò fuori una spilla che aveva tenuto con sé dopo essersi cambiata d’abito. La porse alla compagna che dopo averla prese ed osservata attentamente, si chinò sulla serratura ed armeggiando con l’arnese cominciò a forzare la stessa. Dopo pochi istanti si percepì uno scatto e, come per magia, il cancelletto si aprì.
“Non hai perso il tuo tocco magico, le tue mani sono in grado di fare ogni cosa!” disse il pilota che conosceva bene le qualità della compagna visto che numerose volte il magico tocco aveva tirato l’Alpha team fuori dai guai.
"Grazie Elza"
"Non c'è di che"rispose Elza
Terminato il momento il gruppetto varcò la soglia ed entrò in una stretta viuzza. L’incontro col Nemesis aveva lasciato il segno: non si correva più, ogni passo era misurato, l’orecchio sempre teso ad ascoltare ogni minimo rumore. L’idea di trovarsi di fronte la bioarma non allettava nessuno.
Girarono l’angolo e continuarono la camminata; sul fondo del vicolo, appoggiato al muro, un uomo stava accovacciato col suo fucile. Si avvicinarono e notarono che doveva essere un mercenario dell’U.B.C.S., a giudicare dall’abbigliamento; lo chiamarono, l’uomo rimase immobile. Elza si avvicinò, scosse il soldato sulla spalle ed il corpo cadde riverso a terra. Sul punto in cui appoggiava la testa si poteva scorgere una macchia di sangue che scendeva fino a terra.
“E’ morto!” disse Elza rivolgendosi ai compagni “ Sta tenendo in mano un quadernino”.
La ragazza lo prese e cominciò a sfogliarlo. Per la verità non dovette far molta fatica a leggere, solo la prima facciata era scritta.
Appunti del mercenario
Non ho mai scritto un diario, ho sempre pensato fosse una cosa da ragazzine. Per quale assurdo motivo dovrei confidare a qualcuno ciò che penso, me stesso è già abbastanza.
Queste righe sono le prime e le ultime che scrivo. Non ce la faccio, è più forte di me. Da piccolo mia madre mi sgridava minacciandomi di consegnarmi all’uomo cattivo, mai avrei immaginato di finire in una situazione del genere. Voglio morire, ma non venire mangiato da questi esseri. Mi chiedo perché sto scrivendo; da morto queste parole non mi serviranno e poi, chi leggerà queste mie confessioni. Spero solo che se mai qualcuno leggerà queste righe non sposti il mio corpo. Questa sarà la mia tomba: un angolo di una città. Caro fucile fai il tuo dovere.
Addio
Murphi Seeker
Mancò poco che Elza scoppiasse a piangere leggendo il quadernino.
Brad si avvicinò al cadavere ormai riverso sul pavimento, lo sollevò e lo rimise nella posizione iniziale, esattamente come aveva chiesto Murphi.
“Andiamo!” disse sommessamente Vickers.
Si allontanarono dal corpo e nessuno aprì bocca fino all’uscita del vicolo.
Percorso un nuovo tratto di strada i quattro si ritrovarono sul piazzale antistante il parcheggio della polizia di Raccoon. In realtà il termine piazzale è errato in quanto in quel luogo passava una delle arterie più importanti della città. Sia Jill che Brad conoscevano bene la zona, infatti, entrambi avevano percorso la via in autobus, il Midtown 33, che nella sua corsa arrivava fino all’R.P.D.
Ora di quella strada rimaneva ben poco. Ovunque erano accatastate macchine distrutte, lamiere e barricate. Il 33 era fermo su un lato della piazza, posto in precario equilibrio sopra alcune auto, l’autista penzolava privo di vita dal parabrezza.
“Entriamo nel parcheggio” suggerì Jill indicando una porta dalla parte opposta della via.
Immediatamente il gruppo s’incamminò a passo spedito verso l’entrata, solo Dario era rimasto attardato a contemplare i resti del bus.
“Muoviti ciccione!” urlò Vickers all’amico, considerando troppo rischioso restare per lungo tempo in un luogo troppo aperto. Non ebbe il tempo di riprendere fiato che dai finestrini del pullman uscirono qualcosa come sette cani che attaccarono il panzuto uomo non lasciandogli il tempo di imbracciare alcuna arma.
“Dario Nooooooooooooo!” gridò Jill mettendosi le mani fra i capelli.
Il pilota dell’A.L.P.H.A. Team esplose alcuni colpi di pistola contro gli animali senza che sortissero alcun effetto.
“Entriamo dentro!” disse Brad, e cominciò a correre.
Jill era rimasta paralizzata alla vista della morte del compagno; continuava ad urlare il nome dell’uomo ed a tenersi la testa con le mani. Uno degli zombie-dog le si era avvicinato pericolosamente e sicuramente l’avrebbe sbranata facilmente, ma, con un repentino gesto, Brad estrasse dalla tasca la sua Magnum e con un colpo secco ridusse in frantumi il cranio del cane.
Il colpo sembrò risvegliare Jill che si sentì afferrare per un braccio e tirare verso il parcheggio. Era Brad che, accortosi dello stato di trance della compagna, era corso ad afferrarla ed accompagnarla.
Chiusa dietro di se la porta, Jill si accovacciò spalle al muro e cominciò un pianto a dirotto, pronunciando di tanto in tanto il nome dell’amico morto.
Sia Elza che Brad tentarono di consolare l’amica, specialmente il pilota, nonostante i continui battibecchi precedenti.
Si avvicinò e cominciò a parlare: ” Jill! Dai!fatti coraggio” .
“Dai! Cerca di calmarti! Poteva succedere ed è accaduto. Non potevamo far molto” continuò con una calma ed una dolcezza incredibile.
Le parole dell’ex collega, le carezze dell’amica calmarono un po’ la ragazza che però rimaneva accovacciata a terra con lo sguardo perso nel vuoto.
Sicuramente continuava a rivedere la scena nella testa e sperava ogni volta che sarebbe andata a finire in modo diverso.
“Figli di puttana! Me la pagherete!” disse Vickers e si avvicinò ad una finestra protetta da una grata.
Guardò fuori e notò che tutti i cani avevano abbandonato il corpo di Dario e si erano disposti a cerchio davanti alla serranda, come se stessero aspettando l’uscita del gruppetto.
“Volete che usciamo per mangiarci, bastardi! Mangiate questo invece!” e così dicendo impugnò il fucile d’assalto e fece fuoco su quei facili obbiettivi.
In men che non si dica il sangue dei cani macchiò la strada.
“Morite, brutti bastardi che non siete altro”
Vendetta era compiuta.
“Elza! Coprimi le spalle. Vado a prendere le armi di Dario” e il pilota aprì la porta e corse verso il corpo senza vita del compagno.
La visione era a dir poco raccapricciante. Non avesse osservato la scena Brad non avrebbe riconosciuto l’amico. I cani l’avevano morso ovunque: sul ventre, sulle braccia, sulla faccia. Al pilota tornò in mente la morte di Joseph Frost, morto in circostanze simili qualche mese prima nella tenuta degli Spencer.
Non fu né un’esperienza gradevole né tanto meno agevole recuperare l’insanguinata artiglieria del compagno.
Terminato il lavoro Brad si voltò verso il parcheggio, poi, di scatto, tornò verso il cadavere e, dopo una leggera esitazione, schiacciò la testa con un piede.
“Spero che in questo modo tu non possa trasformarti in uno zombie” e s’incamminò verso le compagne.
“Grazie Brad!”
“Tranquilla Jill” ed uscirono sulla strada. Continua.................
Capitolo 4 CACAPITOLO 4
Il vicolo, sebbene fosse per gran parte ricoperto di corpi di civili ormai in putrefazione, non presentò difficoltà. I tre aprirono l’ennesima porta che si era parata loro davanti e si ritrovarono all’interno di un corridoio coperto. Osservarono il posto e, a giudicare dalle attrezzature e da alcuni schemi appesi alle pareti, giunsero all’ovvia conclusione che l’edificio era ancora in costruzione quando gli eventi avevano preso una brutta piega.
“ Raga! Guardate là!” urlò Elza con orrore indicando col dito la fine del corridoio. Non era una zombie, non era neanche il solito cane, era qualcosa che il gruppo nel viaggio dell’orrore non aveva ancora avuto il piacere d’incontrare. Un essere a dir poco orribile, una sorta d’insetto mastodontico si avvicinava lentamente al gruppetto.
“Un lickers” disse Brad non troppo spaventato dall’apparizione.
Lo spazio di manovra era piuttosto ristretto, il corridoio era largo un metro e mezzo; la ragazze prese dalla paura mista allo schifo si voltarono verso la porta dalla quale erano entrate, girarono nuovamente il pomello che però rimase in mano a Jill.
“ Cazzo!” esclamò la poliziotta “Siamo bloccati”
“Quanti problemi ti fai, Jill! E’ solo un insetto un po’ cresciutello”
“Io odio gli insetti, Brad! Fa qualcosa!!”
Il lickers continuava la sua lenta avanzata verso gli umani, ormai non distava che una decina di metri; Vickers alzò gli occhi verso il soffitto poi, con un insolita e forse poco opportuna calma, si avvicinò ad un gancio sul muro e pronunciò sibilando qualche parola:
“Ancora qualche passo, dai, così! Perfetto! E’ stato un piacere fare la tua conoscenza”
Smosse il gancio che aveva tra le mani e, con un fragorosissimo rumore, un’enorme cassa cadde dal soffitto sul rettile riducendolo a poltiglia.
Il poliziotto guardò le facce stupite delle compagne e come spiegazione aggiunse:
“L’ ho visto fare ad un mercenario”
Così dicendo si voltò, con una balzo scavalcò la cassa e raggiunse la fine del corridoio che terminava con un incrocio a T. Restò qualche istante ad aspettare l’arrivo delle due compagne che nel frattempo avevano cominciato a confabulare tra loro.
“Non avevi detto che era un cacasotto” disse Elza salendo sulla cassa e facendo molta attenzione a non sfiorare i resti maciullati del lickers.
“Guarda che io sono più stupita di te! Conoscendolo avrebbe dovuto urlare di paura” rispose Jill
“Dai! Non esagerare! E’ pur sempre un poliziotto, poi sai una cosa? Comincia a piacermi. Ha un suo fascino”
“Non dire queste cose ad alta voce, se ti sentisse potrebbe cominciare a fare il coglione come al solito”
“Avete bisogno di un carrattrezzi per riuscire ad arrivare fino a qua? Muovetevi cazzo! Mi sta venendo il latte alle ginocchia!” urlò Vickers dal fondo del corridoio.
“Vaffanculo Brad”
“Grazie Jill, mi mancavano i tuoi insulti. Stavo per chiederti di ricominciare, ne ho bisogno per ricaricarmi” e s’incamminò sorridendo verso sinistra.
“Perché non siamo andati dall’altra parte?” chiese Elza.
“Perché il capo sono io e quindi decido io! Poi perché andando di là non arriveremmo da nessuna parte. L’ascensore non funziona” spiegò girando la maniglia.
“Come vuoi capo!” rispose la motociclista seguendo il compagno.
“Capo un corno! Non mi sembra che qualcuno ti abbia dato i gradi” continuò Jill.
“Zitta e cuccia! Soldato semplice”
“VAFFANCULOO”
Di fronte al gruppetto svettava ora il più importante cinema di Raccoon. Il cartellone indicava la proiezione di un film horror: Biohazard 4, una strana coincidenza.
“Andiamo a vedere questo bel film” disse scherzosamente Elza “Ci servirà per rilassarci un po’”
“Pochi cinema!Io ho fame” rispose il ragazzo “Qua dentro c’è il ristorante del mio amico”
“Stai scherzando? Non vorrai mangiare adesso? Abbiamo altro a cui pensare” continuò Jill avvicinandosi al compagno.
“A dire il vero ho anche una sana pisciata da farmi. Tu no? Seguitemi” e mentre parlava cominciò a camminare. Svoltò l’angolo, fece ancora qualche passo, poi si fermò bruscamente. Imbracciò il fucile d’assalto, imitato dalle compagne; successivamente, in risposta ai mugolii di un folto gruppo di zombie, riprese a parlare:
“Guardate ragazzi!” rivolto ai morti viventi “Ho già i coglioni girati per morte del mio amico. Avevo un patto con lui ed è fallito. Pertanto siete pregati di levarvi dalle palle”
Nel breve volgere di qualche secondo gli zombies erano diventati un comodo tappetino su cui passare per raggiungere l’entrata del locale.
Il trio percorse la piccola salita ed aprì lo splendido portone del locale; l’interno era stupendo, tutto era in ordine, come se non fosse mai accaduto nulla in città; nessun mugolio, nessun rumore sospetto.
Jill avanzò lentamente e con molta cautela, attraversò tutta la stanza e si diresse verso il retro del locale. Le sue scarpe facevano un rumore infernale (la ragazza continuava a chiedersi perché si era vestita in quel modo) poi la sua attenzione fu catturata da una botola chiusa sul pavimento nei pressi di una luce azzurrognola. La ragazza si chinò ad osservare la botola sulla quale era chiaramente visibile un appiglio al quale poteva essere attaccato un gancio quando sentì premere sulla sua testa una canna di un fucile.
“Getti immediatamente le armi!” disse una voce maschile proveniente dalle sue spalle.
Il cuore cominciò a batterle sempre più forte e sudò freddo
“Non sono uno zombie. Sono umana” disse con un filo di voce
“Lo vedo!” continuò la voce “ se tu fossi uno zombie saresti già morta da un pezzo. Ho detto getta le armi!!!”
“Le armi gettale tu!” intervenne Brad che, insospettito dalle voci, era andato a controllare.
L’uomo girò la testa e, vistosi sotto il tiro della magnum di Brad e del Benelli di Elza, preferì eseguire gli ordini ed abbassò il fucile.
Scampato il pericolo Jill si rialzò e puntò l’arma su quello che a prima vista pareva essere un mercenario.
Tenendo sotto tiro il soldato Jill cominciò a rivolgergli qualche domanda:
“Chi sei?” scrutando il mercenario da capo a piedi
“Il mio nome è Carlos Oliveira e sono membro dell’U.B.C.S., mandato in missione a Raccoon con il mio plotone allo scopo di salvare i superstiti”
“Complimenti, molto interessante! E intendi salvare i superstiti puntando loro il fucile in testa?” proseguì la ragazza parlando con molta rabbia.
“Sono molto dispiaciuto, signora, di averla spaventata e di averle fatto male ma, da quando sono qui, mi sono reso conto che talvolta i vivi sono più pericolosi dei morti” sembrò scusarsi il ragazzo.
Le spiegazioni durarono qualche minuto, poi chiarita la faccenda il gruppo si diresse nuovamente verso il salone principale.
Jill, Brad ed Elza vennero a sapere che l’operazione di salvataggio dei superstiti era miseramente fallita e che di tutto il plotone di mercenari ben pochi erano rimasti i vita. Oliveira era rimasto isolato da gran parte del gruppo assieme a due compagni, entrambi di origine russa. Il soldato Nicholai Zinoviev ed il tenente Mikhail Victor. Trovatisi in difficoltà avevano deciso di dirigersi alla Torre dell’Orologio (il simbolo di Raccoon) e di attendere il soccorso degli elicotteri.
Visto il luogo in cui si trovavano e convinti dall’insistenza di Vickers i quattro cominciarono a darsi da fare per preparare qualcosa da mettere sotto i denti; il lavoro non si rivelò molto difficile in quanto il locale non sembrava essere stato attaccato dai non-morti, sebbene del personale non ci fosse traccia.
Preparate sul tavolo le pietanze, Brad si diresse accompagnato da Carlos verso il bagno e, dopo aver esaminato con attenzione il locale alla ricerca di qualche brutta sorpresa, urinò emettendo strani versi di goduria tra le risate del nuovo compagno.
“Da quanto la tenevi?” chiese Carlos riallacciandosi il pantalone.
“Da stamattina presto. Avevo una vescica grossa come una casa. Non immagini la bellezza del liberarsi di questo peso”.
“Gran belle donne le tue amiche”
“Puoi starne certo! Elza, poi, è qualcosa di straordinario. Non ho mai visto una ragazza così figa. Mi dispiace solo averla conosciuta in questa circostanza altrimenti……..”
“Elza è la mora col vestito azzurro?”
“No. Lei è Jill. Non ci siamo ancora presentati? Com’è possibile! Io sono Brad, piacere”
“Il mio nome lo conosci, comunque io preferisco Jill, ha una sensualità a mio parere fuori dal comune”
“Mah! Per me resta solo un’amica, talvolta rompiballe ma pur sempre mia amica. Non mi ci vedo con lei”
I due si lavarono le mani e tornarono al tavolo senza però ritrovare Jill che era andata al bagno delle donne.
“Porca puttana!Ti muovi!Ho fameeeeeeeeeeeeeeeeeeee!”
"Non si puo nemmeno andare in bagno"urlo Jill
Mai come quella volta Jill desiderò vederlo impiccato, penzolante da un ramo, bruciato, infilzato e torturato nei più crudeli modi che si conoscano.
Lo spuntino, sebbene preparato in circostanze non proprio ottimali, era ricco: Pasta al sugo, bistecche, frutta varia, dessert. Tutti mangiarono a più non posso e spazzolarono in un battibaleno la tavola; erano ben coscienti che difficilmente avrebbero avuto altra occasione di cibarsi in quell’inferno.
L’orologio del locale suonò le sei.
“Carlos, devi spiegarmi una cosa. Cosa intendevi prima quando ci hai detto che alcuni vivi sono più pericolosi dei morti” chiese Brad
Il soldato non rispose immediatamente in quanto stava sorseggiando un bicchiere di Coca Cola, poi cominciò:
“Stavo pattugliando la mia zona con un mio compagno poco dopo il nostro arrivo in città quando da un angolo della strada vidi sbucare un uomo correndo. Chiaramente non era uno zombie, ma quando gli intimammo di fermarsi e farsi riconoscere come tutta risposta esplose due colpi di pistola che ferirono il mio compagno. Poi si voltò e con una velocità spaventosa si voltò e scappo via.
Sicuramente non era del tutto sano di mente, infatti notai subito qualcosa di strano: sebbene fosse notte inoltrata e facesse molto buio in quella zona quell’uomo biondo portava occhiali da sole. Mi chiedo come diavolo riuscisse a vedere! Io non vedevo che qualche metro avanti a me in certi vicoli”
“Hai detto occhiali da sole, un uomo biondo? Era per caso alto più o meno un metro e ottanta e indossava un uniforme blu scura? ” chiese Jill alquanto pensierosa.
“Si! Come fai a saperlo, l’ hai visto anche tu?”
“No! Però sen non lo avessi visto morire infilzato dal Tyrant nella tenuta degli Spencer oserei dire che si trattava del capo della S.T.A.R.S., Albert Wesker. Ma non può essere lui, è chiaramente morto.”
“Era un tipo bravo questo Wesker?” chiese il mercenario
“Lasciamo perdere! Dire che era un bastardo è fargli un complimento. Ho rischiato di lasciarci le penne tempo fa per causa sua. Era peggio di un rettile”
“Comunque stavo raccontando del tipo biondo e poi…… ah….poco tempo dopo” continuò il mercenario “mentre curavo il mio compagno, ho visto uno strano ed enorme essere ripercorrere la stessa strada dell’uomo”
“Il Nemesis! Porca puttana! Quel coso dell’Umbrella vuole lo scalpo dei membri della S.T.A.R.S.
e non si fermerà finché non avrà portato a termine la missione. Spero solo di non doverlo rincontrare” esclamò Vickers.
“ Allora quell’uomo era veramente il vostro capo, altrimenti perché il Nemesis lo inseguiva?” intervenne Elza.
Immediatamente Jill rispose all’affermazione della compagna ripetendo che il loro capo era chiaramente morto, che l’aveva visto con i suoi occhi. Piuttosto cominciò preoccuparsi per l’altro membro S.T.A.R.S. sopravvissuto che era rimasto a Raccoon, Rebecca Chambers; avevano perso i contatti due giorni prima, poi era successo il casino.
All’improvviso il gruppo si zittì. La porta sul retro del locale si aprì e si chiuse con un forte rumore. Si udirono pesanti pass percorrere il corridoio che portava al salone. Il rumore era sempre più vicino. I quattro cercarono rifugio tra i tavoli ed al tempo stesso impugnarono il lanciagranate tenendo sempre d’occhio l’apertura che dava sul corridoio.
Il rumore dei passi cessò, l’essere che l’aveva provocato si fermò sulla soglia. Carlos alzò la testa ed osservò, rimase alquanto stupito dalla visione, poi si alzò dalla sua postazione e parlò
“Tenente Victor!”Cosa ci fa lei qua! Ci ha fatto prendere un bello spavento”
Cessato il pericolo anche gli altri tre ragazzi uscirono allo scoperto rendendosi ben visibili al nuovo arrivato.
“Oliveira! Chi sono costoro?”
“Sono civili che ho incontrato qua dentro, signore”
“Non vorrei fare il pignolo” intervenne Brad “ma a dire il vero io sarei un poliziotto della S.T.A.R.S. come anche la mia collega Valentine. L’unica civile è lei” indicando Elza.
“Molto bene” disse Mikhail “potreste esserci d’aiuto per scappare dalla città! Ho già trovato un’altra della vostra squadra, una tal Rebecca Chambers; andando avanti così riunisco tutta la vostra squadra speciale, anche se di speciale mi sembra che abbia ben poco”
“Come sta Rebecca? Dov’è adesso?” chiese impazientemente Jill.
“Sta bene, è alla fermata del tram dopo il palazzo comunale. La dovrebbe essere al sicuro. A tenerle compagnia c’è un mio soldato, Zinoviev…………. Tu sei Jill,vero? Rebecca mi ha parlato molto di te, anche se non mi immaginavo di trovarti in minigonna e magliettina in un posto come questo?”
“Sinceramente mi avete tutti rotto le palle con i commenti sul mio abbigliamento! Forse non vi siete resi conto del fatto che io sono ancora viva e vegeta. Molti membri della vostra squadre adesso fanno da contorno alla strada, sebbene fossero vestiti come piace a voi”
“Uhhh! Non ti scaldare per così poco. Comunque in fondo hai ragione….. Prendi questo però, in segno di scusa; di notte fa freddo” e il tenente le pose un gilet militare.
La poliziotta prese il regalo, l’indossò e notò con piacere che le calzava a pennello.
Victor riprese a parlare ma in tono molto più serio:
“Dobbiamo raggiungere la Torre dell’Orologio, ma per arrivarci dobbiamo sfondare le barricate innalzate a difesa di alcune zone della città. Useremo il tram fermo al capolinea, è il mezzo più sicuro e più rapido. E’ necessario però trovare l’olio per farlo funzionare. Andate alla stazione di benzina e cercatelo. Io e Carlos vi raggiungeremo più tardi, abbiamo alcune faccende da sbrigare.”
Così dicendo fece segno a Carlos di seguirlo, uscirono dal locale e sparirono dalla vista del terzetto.
“Muoviamoci” disse Brad “Abbiamo molta strada da percorrere”
Il gruppo aprì la porta sul retro del locale e s’incamminò nuovamente in direzione del Tram.
Capitolo 5
Sul fondo del vicolo si poteva scorgere una porta a vetri, stranamente ancora intatta. Nella semioscurità pareva di poter scorgere dietro il vetro la sagoma di qualche non-morto strisciare sull’asfalto della strada del cinema. Il gruppo non si curò molto di ciò, deciso più che mai a non dover ripercorrere il tragitto già fatto, e svoltò alla propria destra al primo incrocio. Sul lato della strada il negozio del barbiere presentava sulla vetrina alcuni poster che indicavano la data di un concerto dei “Metallica” in città: 30 settembre 1998.
“Temo che James Hetfield dovrà annullare la sua performance in questo bel posticino!” esclamò Vickers dopo aver letto il cartellone.
“Per quanto me ne può fregare dei Metallica…..” rispose Jill avvicinandosi ad una porta di ferro proprio al centro del vicolo.
“Io ci sarei andata volentieri al concerto. Ascolto i Metallica da quando ero solo una bambina, anche se ultimamente mi sono un po’ scaduti. Si sono ammosciati troppo” intervenne Elza avvicinandosi a Vickers e cingendogli il braccio. L’inaspettato gesto della compagna colse alla sprovvista il pilota che, in un primo momento s’irrigidì, ma che successivamente decise di cogliere al balzo la situazione e si era già chinato verso l’amica per ottenere il primo sospirato bacio; le labbra dei due erano ormai vicinissime quando sentirono Jill esclamare qualcosa con un tono di sorpresa.
Suo malgrado, la coppia abbandonò l’atteggiamento intimo e sollevò gli occhi sulla strada; la poliziotta non si vedeva più nel vicolo ma si potevano sentire le sue risa provenire da non lontano.
Fecero ancora alcuni passi e notarono una porta spalancata, la stessa porta alla quale si era avvicinata la loro compagna precedentemente; entrarono anche loro all’interno di una piccola stanzetta a lato della strada e finalmente capirono il senso delle risa: appoggiata su un piccolo tavolino su una parete una vecchia macchina da scrivere faceva capolino, accanto a lei una splendida bambola gonfiabile con due seni da primato; sullo scaffale si trovava invece qualcosa di più utile, una bella scorta di munizioni per il Benelli, qualche cartuccia per pistola ed una manovella con una piccola etichetta “STAGLA”.
“Chi sarà mai quell’idiota che ha messo tutta questa roba qua dentro?” chiese Brad “ Deve essere uno bacato per portare una macchina da scrivere anni ’30 in questo sgabuzzino, poi la bambola da dove l’ ha tirata fuori. Che tette però!”. Non appena terminò l’ultima esclamazione una gomitata lo colpì proprio sotto lo sterno, rompendogli il fiato.
“ La smetti di dire cazzate! Aiutami piuttosto ad aprire questo baule” disse Jill voltandosi verso un baule molto simile a quello che aveva salvato Brad all’interno della stazione di polizia; nonostante gli sforzi delle due ragazze (il poliziotto era ancora a terra ad ansimare) il coperchio non sembrava avere intenzione di aprirsi.
“E’ saldato! non vedete!” intervenne Vickers risollevandosi dal pavimento “ e tra l’altro non contiene niente, si sente chiaramente suono di vuoto”
“Se fosse vuoto non sarebbe saldato! Solo un imbecille salderebbe inutilmente un baule vuoto”
“Probabilmente è lo stesso imbecille della macchina da scrivere e della bambola, Jill. Ti sembra normale tutto ciò che c’è qui dentro!”
“Ha ragione Brad” intervenne Elza “Questa stanza non ha niente di serio. Comunque ho scoperto come si chiama colui che ha questo strano gusto per l’arredamento, su questo foglietto c’è scritto: SHINJI MIKAMI.
“Era ovvio che fosse un giapponese! Solo loro possono ragionare in questo modo. Ci conviene andare adesso; prendete la manovella! Ha sull’etichetta il nome della stazione di benzina, non vorrei che in futuro ci possa servire”.
Il pilota aveva messo piede nuovamente sul vicolo quando uno strano rumore aveva attratto la sua attenzione; un lamento di zombie, un altro subito dopo, poi il sordo suono di un colpo, qualcosa si era spiaccicato sulla via del cinema; un altro “splasch”, poi qualche secondo di silenzio; improvvisamente il frastuono di vetri che si rompono, la porta che si sfonda ed una terribile parola:
“S.T.A.R.S.”
Al trio si gelò il sangue, quella parola valeva tutto lo spavento passato fino a quel momento; gli istanti che seguirono furono lunghissimi; Brad si voltò, guardò il cancelletto al fondo del vicolo, troppo lontano per scappare! Si sentì il primo passo della creatura, poi il secondo; Brad osservò le compagne ancora dentro lo stanzino e prese una decisone che sarebbe potuto costargli una fine orribile. Entrò nuovamente con le ragazze e con una rapidità e silenziosità impressionante richiuse alle sue spalle la porta.
Sapeva che avrebbe rischiato di fare la fine del topo rinchiudendosi in un posto senza via di fuga ma nel panico non era riuscito a pensare a nulla di meglio, forse perché non esisteva nulla di meglio.
Nello stanzino regnava il silenzio più totale, si sentivano solo i profondi respiri dei tre nell’oscurità; Elza teneva stretto a sé Brad appoggiando la testa sul suo petto, Jill si era appoggiata con le spalle al muro ed aveva incrociato le mani in segno di preghiera mentre sentiva le lacrime scenderle lungo le guance.
Il tempo passava lentamente mentre i passi del Nemesis si avvicinavano sempre di più allo stanzino; Vickers deglutì quando sentì i passi dell’essere fermarsi proprio in prossimità della porta……… capì ormai che per il trio era ormai giunta l’ora fatale, che il mostro gli aveva fiutati, e che era ora di a mettere mano alla magnum. Poi i passi ripresero a farsi sentire e si allontanarono verso il cancelletto. Il pilota strinse a sé la compagna cingendola con un forte abbraccio, poi le passo le mani fra i lunghi capelli come a farle coraggio.
All’improvviso si sentirono altri passi provenire di corsa dalla porta a vetri ed una voce subito dopo:
“Oh merda!!”
Poi nuovamente rumore di passi che si allontanavano, una porta in ferro chiudersi con gran botto, sicuramente la porta del retro del ristorante, un suono animalesco e nuovamente “S.T.A.R.S.”. Il mostro aveva visto una nuova preda; cominciò a correre ed entro nel ristorante. Poi nuovamente il silenzio. Il gruppetto rimase immobile per alcuni minuti; il sangue non aveva ricominciato a scorrere nelle vene per la paura. Resosi conto del pericolo scampato Brad, rilassò il proprio corpo e, sollevando il mento della compagna che era rimasta per tutto il tempo appoggiata al suo petto, le diede un profondo bacio sulla bocca.
La reazione di Elza fu immediata: nell’oscurità della stanza si sentì echeggiare il suono di uno schiaffo e subito dopo la porta si aprì lasciando entrare un poco di luce.
Vickers, che spinto dall’energico colpo della ragazza era appoggiato al baule, riuscì solamente a pronunciare un “ma………” sommesso, non riuscendo a spiegarsi quella reazione: in fondo era passato non molto da quando Jill li aveva interrotti davanti alla vetrina del barbiere, e poi era sicuro di piacere alla donna, aveva udito lo scambio di battute fra le ragazze dopo aver schiacciato il lickers con la cassa; cosa aveva provocato quella reazione dunque?
Il pilota uscì dalla stanzetta avvilito seguito a ruota dalla poliziotta che si era asciugata le lacrime ed aveva assunto un atteggiamento molto serio; sollevò gli occhi da terra e incrociò lo sguardo della motociclista; rimase letteralmente gelato dalla freddezza con cui gli occhi della compagna lo fissavano, non osò proferire parola e s’incamminò solitario verso il cancelletto. Poi si girò verso le due ragazze che avevano cominciato a confabulare tra loro e disse:
“Andiamo, non è prudente rimanere ancora in questo posto” e aprì il portoncino che si era trovato davanti.
L’uomo avanzava sulla strada ad una decina di metri di distanza dalle donne; non lontano si poteva scorgere l’edificio della Raccoon Press, quotidiano locale, gravemente lesionato dagli incidenti che si erano verificati, sul lato della strada un camion dei vigili del fuoco bruciava sopra altre vetture, un semaforo ormai piegato continuava a lampeggiare di rosso; di fronte si erigeva lo splendido portone verde della City Hall, fatto costruire da il sindaco di Raccoon Michael Warren per festeggiare la sua quarta elezione; accanto ad esso l’orgoglio della città: uno splendido orologio con gemme variopinte che aveva il compito di regolare l’apertura al pubblico dell’inferriata che proteggeva il portone; sebbene mancassero due gemme l’inferriata era spalancata, il meccanismo doveva essersi rotto, poco o nulla aveva resistito alla furia degli zombies.
Brad si avvicinò al portone e diede una leggera spinta all’anta di destra che, con un sinistro cigolio, si spalancò; proseguì ancora nello stretto spazio che fronteggiava una porta verde ben decorata, porta che introduceva al cortiletto del palazzo comunale, dove ogni anno veniva fatta una festa in onore del sindaco di turno. Essendo Warren sindaco ormai da quattro mandati era stata posta al centro del cortiletto un mezzobusto con le sue sembianze che reggeva da qualche hanno un libro, precedentemente tra le mani il sindaco teneva una bussola bronzea, rimossa successivamente e posta come abbellimento ad una fontana non lontana dal ristorante nel quale avevano cenato precedentemente i quattro sopravvissuti.
Vickers procedeva speditamente, non curandosi delle compagne che ormai lo seguivano ad una certa distanza; si alternavano nella sua testa il ricordo di quella voce che suo malgrado aveva attirato a sé il Nemesis, una voce familiare ma alla quale non riusciva più a attribuire il volto, e il suono dello schiaffo ricevuto nel buio dello stanzino. Si accarezzava sovente la guancia colpita e cercava di indovinare il motivo di quel gesto, senza riuscirvi.
“Sei arrabbiata?” chiese Jill alla compagna che non aveva aperto bocca da quando erano scampati al mostro “ Cosa è successo con Brad? Ho sentito il suono di uno schiaffo ma non ho visto nulla.era troppo buio. Non ti avrò fatto qualcosa anch’io?”
“ No, tranquilla. Non è successo niente di particolare”
“A me non pare! Brad non ha detto una parola da quando siamo usciti da lì, e non mi è sembrato neanche tanto normale. Ha fatto qualcosa di sbagliato?”
“Mi ha baciato sulla bocca!”
“Non mi sembra tanto grave. Poi l’ hai detto anche tu che ti piaceva”
“Non è il fatto che mi abbia baciato che mi fa arrabbiare, quanto la situazione. Ha sfruttato il momento per approfittarsi di me, e questo a me non piace. Che bisogno aveva di farlo al buio! Temeva forse che non sarei stata al gioco! Io non sono una stupida, doveva capirlo!”
“Dai! Non prendertela così. Sono sicura che non era nelle sue intenzioni. Avrà agito istintivamente, ne sono sicura. Guarda com’è ora”
“Magari hai anche ragione, però non posso lasciargliela passare così”
“Prova a parlargli. Sicuramente vi chiarirete”
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Poi Jill riprese nuovamente:
“ Posso farti una domanda?”
“Falla!”
“Dove hai imparato a usare così bene le dita ed a fare tutti quei giochetti?”
Elza sorrise un attimo e rispose
“Sono autodidatta."
Brad girò in fondo al vicolo a destra e prese la direzione della pompa di benzina. Prima di aprire il cancelletto diede un’occhiata tra le sbarre; tutto pareva tranquillo, si poteva scorgere ancora l’insegna luminosa con la scritta STAGLA funzionare accanto ai rottami di numerose automobili bruciate.
Le due donne raggiunsero il pilota che stava aprendo il portoncino; Elza pareva più serena dopo il colloquio con Jill ed era pronta la chiarimento. Non n’ebbe il tempo giacché, non curandosi di lei, Brad corse verso la stazione. Arrivato all’entrata trovò una brutta sorpresa: l’entrata era sbarrata con una robusta serranda e sembrava non esserci modo per aprirla.
“Prova ad usare la manovella in quel foro” suggerì Elza indicando un ingranaggio sulla parete.
Il suggerimento si rivelò corretto e senza troppi problemi i tre poterono entrare nell’ufficio; dietro il bancone della cassa c’era un serbatoio di colore verde per mantenere costante la temperatura dell’olio.
“Abbiamo trovato l’olio! Come ci ha detto il tenente Victor!” esclamò Brad mentre si avvicinava al serbatoio “Vuoi azionarlo Jill?”
“ Non conosco il funzionamento di questo coso. Non sono mica un meccanico!”
“Dobbiamo trovare le istruzioni!” disse Elza aprendo i cassetti del bancone.
“Come no!” rispose Vickers “ eccole qua le istruzioni!” e tirò un pugno sul serbatoio fracassando i vetri e raccogliendo con la mano il bidone tenuto al suo interno “ Col mio passpartout non abbiamo bisogno di alcun libricino!”
Elza sorrise al gesto del pilota che si era mostrato sicuramente più perspicace di lei, poi propose una ricerca nella stazione alla ricerca di qualcosa di utile. La ricerca non diede i frutti sperati e il gruppo si apprestò ad abbandonare l’ufficio.
Jill pose per prima il piede in strada seguita da Brad che però fu trattenuto all’interno dalla mano di Elza
“Devo parlarti!”
“Non abbiamo molto da dirci”
“C’è solo un modo per saperlo. Ascoltami!”
I due chiusero la porta a vetri del locale alle loro spalle, lasciando la poliziotta ad attendere all’esterno. Per quanto poco riuscisse a vedere, Jill notò che la discussione all’interno era piuttosto accesa, soprattutto il pilota tendeva ad arrabbiarsi ed a voltare la faccia da un’altra parte. Poi Vickers sollevò il braccio destro e con molta calma afferrò la testa della compagna e la strinse al petto. Pace sembrava essere fatta.
La coppia uscì dal locale mano nella mano e con un sorriso esortarono Jill a proseguire la marcia.
I tre seguirono la strada che portava a Lonsdale Yard, dove trovarono ad aspettarli un nugolo di zombie molto affamati; tanto per accontentarli, il gruppo li sfamò con qualche pallottola di piombo, sporcando di sangue la strada.
Aprirono l’ennesima porta arrugginita e proseguirono; in fronte a loro il tram di cui aveva parlato Mikhail era ancora fermo; scavalcarono la cassa posta a protezione della fermata e si diressero verso lo sportello della motrice.
Tirarono la maniglia ma la porta non si mosse, sembrava chiusa dall’interno.
“Ci hanno fregati!” disse Jill tentando di forzare l’entrata “la porta è bloccata”
“ IDIOTI ” sentirono una voce provenire dall’altro segmento del Tram, “l’entrata è questa!Quella l’abbiamo chiusa per sicurezza!”
Era un soldato dell’U.B.C.S. con dei curiosi capelli bianchi, fin troppo per la sua età. Fece loro segno con la mano di raggiungerlo e di salire sul vagone.
Appena messo piede all’interno i due poliziotti trovarono una bella sorpresa: la loro collega Rebecca Chambers era in piedi che li aspettava e li salutava col suo bellissimo sorriso.
Capitolo 6
“Ciao Raga! Non avrei mai immaginato di rivedervi in mezzo a tutto questo casino!” disse Rebecca salutando con la mano i due compagni.
“Rebecca! Non sai quanto sono felice di vedere che stai bene” rispose Jill abbracciando la ragazza con un gesto tipicamente femminile “ Dove sei stata fino ad ora? Come hai fatto ad arrivare fino a qui? Non hai ancora incontrato quel mostro che sta errando per le vie di Raccoon alla ricerca dei membri S.T.A.R.S.?”
“Quante domande!Lasciami il tempo di spiegare! Stavo tentando di allontanarmi dalla città in macchina, ero assieme ad alcuni poliziotti, quando siamo stati letteralmente bloccati da una muraglia di zombie che occupavano per intero la via. Con un po’ di fortuna sono riuscita ad abbandonare l’auto e sono entrata in una delle innumerevoli vie laterali, scappando così da morte sicura. Dei miei compagni non ho sentito più nulla, anche se temo che non abbiano avuto una felice sorte. Ho vagato un po’ per le strade senza meta fino a quando ho incontrato i soldati dell’Umbrella che mi hanno portato con loro. Siamo arrivati a questo tram a prezzo di molte vite, in tutto siamo rimasti in cinque: il tenente Victor, Nicholai, Carlos, Murphy e me. Il tenente ed altri due combattenti sono usciti parecchio tempo fa, alla ricerca dei pezzi sostitutivi del treno, e non si sono ancora visti. Non vorrei fosse successo loro qualcosa di male”
“Il tenente e Carlos li abbiamo incontrati poco fa e stavano bene. Sono loro che ci hanno indirizzati qua; penso che arriveranno a momenti, avevano faccende da sbrigare. In ogni modo abbiamo trovato l’olio per il motore, penso che possa servire” disse Brad porgendo la tanica al soldato coi capelli bianchi.
“Perfetto!” esclamò Nicholai e andò a versare l’olio “ Manca solo qualcosa per far passare la corrente”
“Hai parlato di un mostro che è alla ricerca dei membri S.T.A.R.S.? Cosa intendi? Non mi è parso di notare nulla di “strano” qua intorno, Jill!”
“Buon per te! Non abbiamo avuto la sfortuna di beccarlo ben due volte e per puro caso siamo qui a raccontarlo. Mi sono presa una bella strizza.!” continuò Vickers rispondendo alla domanda dell’amica “Rebecca! Lei è Elza, una ragazza che abbiamo incontrato cercando di scappare da quest’incubo. Elza! Lei e Rebecca, il membro S.T.A.R.S. di cui parlavamo al ristorante”
“Piacere di conoscerti” disse Elza allungando la mano verso la dirimpettaia
“Il piacere è tutto mio. Sono contenta di sapere che c’è ancora qualcuno tanto attaccato alla propria pelle da essere riuscito ad arrivare fino a questo punto. Tra l’altro… il vestito che indossi non è l’uniforme da lavoro di Jill? Come fai ad averla tu?”
“L’ ho presa alla centrale di polizia, con il consenso della tua collega naturalmente. Anche tu indossi l’uniforme della squadra speciale”
Rebecca indossava lo stesso abito con il quale era uscita viva dalla tenuta degli Spencer tre mesi prima: pantaloni verdi, pettorina bianca che metteva in risalto le non voluminose curve della ragazza con una croce rossa sulla schiena, simbolo che indicava la sua funzione all’interno del Team bravo.
Il discorso tra le ragazze fu interrotto da un tremendo boato in strada seguito da un’altra ancora più rumorosa; era il suono di un incidente; dai finestrini del vagone il gruppo poté notare delle fiamme levarsi alte non lontane dalle rotaie, la sagoma di un enorme autoarticolato coricato su un fianco bruciare nei pressi di un’auto del RPD.
Presi dalla curiosità i cinque scesero dal tram e si avvicinarono, tenendosi comunque a debita distanza, al luogo dell’incidente. A prima vista pareva che l’auto fosse finita contro un palo, dal parabrezza in frantumi si poteva scorgere la sagoma di quello che poteva sembrare uno zombie; il tir giaceva su un lato mentre le fiamme avvolgevano il cassone e si avvicinavano alla motrice gravemente danneggiata dall’impatto con l’auto e con il muro di fronte. Sebbene per il gruppo fosse arduo vedere l’area attorno ai veicoli, tutti giunsero alla medesima conclusione: non era sopravvissuto nessuno. A conforto di questa teoria v’era l’assoluta mancanza di segni di movimento e di vita.
Dopo qualche minuto il quintetto decise di rientrare, spaventato anche dai lamentosi versi dei non morti che sembravano avvicinarsi sempre più.
Trascorsero minuti silenziosi, con i sopravvissuti sedete sui sedili nell’attesa di un qualche evento, poi Rebecca parlò nuovamente:
“Il tenente, Carlos e Murphy non sono ancora tornati! Deve essere successo qualcosa di grave! Forse dovremmo andare a cercarli!”
Non appena il medico ebbe terminato di pronunciare tali parole si udirono passi provenire dall’esterno ed avvicinarsi allo sportello.
“Ti preoccupi per niente, Rebecca!” disse Nicholai “Come vedi sono di ritorno!” e così parlando si avvicinò all’entrata e girò la maniglia spalancando la porta.
I restanti quattro ragazzi non ebbero difficoltà ad intuire dall’espressione del compagno che i passi uditi poco prima non appartenevano ai soldati dell’U.B.C.S.; immediatamente tutti imbracciarono i loro fucili puntando verso l’entrata del tram; Nicholai indietreggiò di qualche passo facendo temere a Brad che ciò che aspettava alla fermata fosse proprio il Nemesis.
Poi si udì una voce femminile pronunciare distintamente una richiesta:
“La prego, signore, ci aiuti…”
Tutti si precipitarono a guardare colei che aveva pronunciato quelle parole: la sorpresa fu grande; una ragazza sui 19 anni, vestita in rosa con pantaloncini corti e giubbottino che copriva una magliettina nera, sosteneva con gran fatica un ragazzo sulla ventina che indossava un’uniforme blu del RPD. Il ragazzo pareva ferito in modo non troppo serio ma era chiaramente stordito mentre alla ragazza sanguinava copiosamente il braccio sinistro, braccio che le doveva far molto male, a giudicare dall’espressione sofferente sul viso.
Il pilota prese con sé il poliziotto trascinandolo nel vagone mentre il soldato dai capelli bianchi si prese cura della ragazza aiutandola ad entrare e facendola sdraiare sui sedili. Non appena ebbe toccato con la testa i duri sedili la ragazza svenne senza dare il tempo di porle alcuna domanda.
Immediatamente Rebecca le saturò la ferita al braccio e le ripulì i graffi che aveva sul corpo e sul viso, mentre il ragazzo si sollevò e si avvicinò alla ragazza accarezzandole la testa. Poi si giro verso Jill e si fece guardare in faccia e parlò,
"Jill che ci fai qui?"
Jill gli rispose.
"Leon! Amore come stai" poi si rivolse agli altri e disse.
"Aiutatelo, è il mio ragazzo!"
Gli altri fecero sedere il ragazzo sul sedile ma appena si sedette cadde svenuto anche lui. Jill si avvicino subito al ragazzo e gli diede un bacio sulla bocca. Rebecca lo curo e poi insieme agli altri chiese chiarimenti su questa storia, e Jill comincio a parlare.
"Lui è un poliziotto, è il mio ragazzo ormai da 3 anni, e nel fare sesso è un campione fa provare più di 4 orgasmi a notte, sono fortunatissima di averlo trovato, e non solo, lui mi ama alla follia, me lo ha confessato lui, la prima notte di amore! Ah, ma non vi ho detto come si chiama, si chiama Leon Scott Kennedy!"
Brad osservava a bocca aperta ciò che diceva Jill, Leon era un bell' ragazzo, ma lui non lo aveva mai saputo, anche se Leon era in una foto che Jill teneva nella sua scrivania.
“Cazzo! A me sembravi un maschiaccio ma tutto sommato te la fai con Leon, eh!” gridò Brad dopo aver osservato la scena.
A proposito” disse Rebecca “ da dove saltano fuori questi due? Non è che hanno qualche relazione con l’incidente di prima?”
“Abbiamo controllato. Non c’era segno di vita nei pressi dei rottami, anche se non è stato possibile avvicinarci per controllare meglio”
“Da qualche parte saranno pur giunti! Non possono essere piovuti dal cielo!” intervenne Nicholai
“Mi sembra inutile litigare” riprese Elza “aspettiamo che si riprendano e saranno loro a spiegarci tutto”
Il suggerimento della donna, sebbene molto furbo, non fu ascoltato dal resto del gruppo che continuò a discutere per diversi minuti, come se da quell’insulso particolare dipendesse l’esito della loro fuga. L’aspetto positivo della faccenda era che, parlando continuamente, quell’atmosfera di tensione che si era creata per il ritardo dei soldati era lentamente svanita, sebbene il problema non fosse assolutamente stato risolto.
I due giovani giacevano entrambi coricati sui sedili da all’incirca un quarto d’ora quando, all’improvviso, lo sportello del tram si spalancò e sulla soglia apparvero il tenente Victor e Carlos, il quale teneva nella mano destra un oggetto che a prima vista sembrava un normalissimo cavo elettrico.
“Finalmente siete tornati!” cominciò Nicholai avvicinandosi ai compagni “ Avevamo cominciato a dubitare seriamente sul vostro ritorno”
“Abbiamo avuto qualche problema in più del previsto nel reperire ciò che ci serviva, ma alla fine abbiamo portato a termine il nostro piano. Vedo con piacere che i ragazzi hanno raggiunto il tram. Avete trovato quello che vi avevo chiesto?”
“Sì signore. Non abbiamo trovato alcuna difficoltà” rispose immediatamente Brad
Il tenente, osservando alle spalle del gruppetto, notò i due feriti coricati e, avvicinandosi assieme a Carlos, squadrò i nuovi arrivati.
“ Chi sono costoro? Come hanno fatto a raggiungere questo posto? Come mai l’uomo indossa un uniforme del RPD?” chiese Mikhail
“Il poliziotto è Leon Scott Kennedy c'è lo ha detto Jill” rispose il soldato dai capelli bianchi
“Avete controllato se la ragazza ha con se qualche documento?” domandò Carlos cominciando a frugare nelle tasche del ragazzo.
“No, non ci è minimamente passato per la testa”
“ La ragazza non ha con sé, a parte questo coltello e questa pistola. Dobbiamo aspettare che si svegli”
Brad prese la parola e disse
" Carlos, lo sai che cosa ha detto Jill? "
"Non lo so che ha detto?"
"Ha detto che il poliziotto è il suo ragazzo!"
"Come, Jill è vero?"
"Si, è vero"
Il cuore di Carlos si ruppe in mille pezzi.
“ Vista la situazione” continuò il tenente “ cerchiamo di far funzionare questo mezzo! Carlos metti al suo posto il cavo elettrico! Nicholai vieni con me a controllare se la strumentazione funziona bene come sembra a prima vista! Tu col giubbotto giallo, esci fuori e cerca di liberare il più possibile le rotaie! Dobbiamo riuscire a prendere una discreta accelerazione iniziale se vogliamo riuscire a sfondare le barriere che sono state erette lungo il percorso. Elza, cerca di dargli una mano! Tu, Jill, resta qua e bada ai due ragazzi!”
Il gruppo seguendo le indicazioni si divise: il tenente e il soldato dai capelli bianchi entrarono nel vagone motrice, Carlos cominciò ad armeggiare con il pannello elettrico mentre gli altri tre uscirono nuovamente per strada.
Gli ululati che precedentemente avevano sentito si erano sempre fatti più vicini, tuttavia non pareva potesse esserci pericolo nell’immediato in quanto la fermata era abbastanza isolata dalle vie percorribili; appoggiati al vagone numerose assi erano accatastate mentre proprio sulle rotaie, a circa due metri dalla motrice, era posta una pesante cassa.
“ Forza raga! Aiutatemi a levarla da qua davanti” disse Brad intuendo l’impossibilità di agire da solo.
Le due ragazze si avvicinarono e cominciarono a spingere il pesante baule in direzione del tir che continuava a bruciare, ma nonostante i loro sforzi e quelli del compagno, l’ostacolo si spostava molto lentamente.
“Non ce la facciamo!” disse Elza ansimando appoggiata alla cassa “E’ troppo pesante!”
“Riproviamo!” continuò Brad.
“Serve una mano per caso?”
Era Carlos che aveva terminato il suo lavoro ed era sceso a dare un’occhiata che aveva parlato; accanto a lui Nicholai, mandato in aiuto ai ragazzi dal tenente.
“Diciamo che non la rifiuteremmo” affermò Rebecca con un sorriso.
Così, grazie all’aiuto dei due U.B.C.S., i baule fu spostato e i detriti (assi, pezzi di muro, cavolate varie) furono accatastati a bordo strada in breve tempo mentre il suono del motore del tram risuonò tra il lamenti.
“Dai! Si parte!” disse Nicholai asciugandosi il sudore con un fazzoletto.
All’improvviso i lamenti dei non morti cessarono e si udì uno strano friccichio provenire dalla parte opposta del muro che fiancheggiava il vicolo percorso dai ragazzi per raggiungere la fermata; i cinque drizzarono le orecchie, smisero quasi di respirare per udire meglio; strani colpi percepivano, corpi cadere a terra, leggeri mugolii, battiti d’ali di corvi che prendevano il volo; poi nuovamente silenzio; Vickers emise un profondo respiro mentre teneva ben stretta in mano la sua pistola d’ordinanza; dalla sommità del muro due zombie dog saltarono giù dirigendosi verso il gruppo; Brad che si trovava in posizione avanzata fece alcuni passi indietro ed esplose numerosi colpi la sciano a terra uno dei due cani, il secondo fu crivellato dal fucile d’assalto di Carlos.
Il tutto durò pochi istanti, ma la tensione che si era creata aveva fatto balzare il cuore in gola tutti; tutti emisero un sospiro di sollievo allo scampato pericolo, poi Rebecca cominciò a parlare:
“ Abbiamo preso tanta paura per nulla, alla fine si trattava solo di due stupidi cani”
“ Meglio cagarsi per cazzate che per cose serie” rispose Nicholai
E scambiandosi queste opinioni si voltarono per rientrare nel mezzo pubblico; non fecero che un passo che un boato tremendo attirò la loro attenzione; si voltarono di scatto e videro un enorme essere voltarsi lentamente verso di loro dopo aver sfondato, probabilmente con una spallata, parte del muro da cui erano saltati i cani.
Attorno a lui vi erano alcuni zombie che avevano approfittato del buco creato per passare; il mostro era un gigante dalle fattezze umane con addosso un impermeabile che lo rendeva molto tetro, il volto bronzeo incuteva una strano senso d’angoscia, il capo era completamente rasato mentre al camminata era lenta; assomigliava vagamente al Nemesis, probabilmente perché era anch’esso una BOW.
Il gigante continuava la sua camminata verso il gruppo, mostrando tutta la sua pericolosità e la sua forza colpendo e letteralmente fracassando i corpi dei non morti che, parandosi davanti a lui, ne impedivano l’avanzata rallentandola.
“ Oh cazzo” disse Brad esplodendo numerose volte colpi di pistola senza sortire alcun effetto apparente, come non sembravano sortire effetto neanche i colpi di fucile di Carlos e di Nicholai.
La BOW continuava ad avanzare ed i cinque ad indietreggiare passo dopo passo:
“Rebecca, Elza! Entrate nel tram ed allontanatevi! Presto! Noi cercheremo di tenere occupato questo coso per un po’!” urlò Carlos alle due ragazze
“Sei pazzo! Non vorrete rimanere qua a combattere?” rispose Rebecca all’ordine del mercenario
“Hai soluzioni migliori? Muoviti e scappa! Ci rivedremo più avanti, spero”
Rebecca si sentì afferrare il braccio e tirare verso la porta dalla compagna e, guardando per l’ultima volta la fermata e i compagni entrò nel mezzo e richiuse dietro di sé l’entrata; nel frattempo lo spazio che divideva i tre uomini e il muro diminuiva sempre di più, ormai non era che di una decina di metri.
“Ho avuto un’idea!” disse Brad ed immediatamente corse verso l’orologio ormai fermo appeso su un lato “ correte verso di me e buttatevi a terra!”
I due mercenari, pur non conoscendo il piano del compagno, non esitarono ad eseguire gli ordini mentre il pilota, con un energico calcio, fece rotolare verso la BOW un pesante barile rosso appoggiato ad una panchina.
Non appena il barile ebbe toccato le gambe del mostro, Vickers esplose contro di esso un colpo di pistola che provocò una fragorosissima e potente esplosione che fece cadere in terra il gigante.
“Grande!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! L’ hai steso!” gridò Carlos al compagno dando il classico cinque.
“Meno male! Cominciavo a preoccuparmi” aggiunse Nicholai facendo qualche passo verso il corpo.
All’improvviso il mercenario si arrestò: il mostro scosse leggermente la testa, piegò il braccio e con un po’ di fatica si risollevò; alzò lo sguardo, emise uno strano verso e tornò a dirigersi verso i tre.
“No! Non è possibile!”
Il gruppo ricaricò le armi e tornò a sparare, aiutato dai colpi che provenivano dai finestrini del tram.
“Cosa state facendo? Partite! Fate muovere questo catorcio” urlò nuovamente Oliveira
“Non possiamo lasciarvi da soli, se dobbiamo morire facciamolo con onore” rispose Rebecca dall’interno esplodendo diversi colpi di lanciagranate.
Il gigante avanzava sempre più velocemente non lasciando presagire un futuro roseo per i combattenti; ormai il poliziotto aveva le spalle appoggiate al muro mentre il mostro si preparava a sferrare uno dei suoi temibili pugni.
L’uomo chiuse gli occhi nell’attesa del colpo che l’avrebbe probabilmente spedito dritto dritto all’altro mondo, smettendo anche di sparare, ormai conscio della forza del nemico.
La BOW sollevò il possente braccio, incurante di colpi di fucile che provenivano dai suoi lati, e caricò il colpo; subito dopo si sentì un colpo, il rumore di carne che si sfascia ed il tonfo di un corpo che cade pesantemente per terra.
“Nooo! Brad!” urlò Jill che per non vedere l’orribile morte del compagno si era coperta gli occhi con le mani “Anche tu” e scoppiò a piangere ricadendo sul sedile.
“Brad un cazzo!” sentì provenire dall’esterno; la ragazza alzò la testa e guardò fuori dal finestrino: il pilota era in piedi di fronte al mastodontico avversario crollato a terra con la schiena a pezzi; l’uomo guardò la ragazza e ansimando pronunciò qualche parola:
“Madonna che caga! Stavolta me la sono vista davvero brutta”
Jill voltò la testa dalla parte opposta al compagno e finalmente ebbe chiaro cosa era successo: in mezzo alla strada il tenente Mikhail teneva con un braccio un M66 lanciamissili, un’arma vecchia ma dotata di un’ottima potenza di fuoco; il tenente doveva essere sceso dalla porta della motrice, quella che era stata chiusa dai soldati per sicurezza, e aveva sparato il colpo proprio al momento giusto.
“Non posso permettermi di perdere altri uomini in questa stupida città!” disse il tenente avvicinandosi ai soldati.
“E’ quello che dico anch’io!” rispose Brad
“Smettila! Hai più culo che anima!” continuò Carlos tirando scherzosamente leggeri pugni sulla spalla del pilota che sembrava ancora un po’ scosso dall’accaduto.
I soldati esaminarono il corpo ormai senza vita del gigante scoprendo con molta soddisfazione che nelle tasche dell’impermeabile (o di quello che ne restava) il mostro aveva diverse ricariche per fucile e pistola. Raccolto tutto ciò che era utile il gruppo salì sul tram e decise di abbandonare quel posto; si accesero i motori e si partì.
Nel frattempo entrambi i giovani che giacevano sui sedili si erano svegliati e cominciavano a raccontare la loro avventura.
La ragazza parlava lentamente, misurando le parole, probabilmente per la stanchezza che doveva attanagliarla. Respirava profondamente appoggiata con la schiena al sedile:
“Il mio nome è Claire. Claire Redfield! Sono arrivata in città oggi con la mia motocicletta ed ho fatto una delle scoperte più brutte della mia vita. Avevo cominciato a sospettare che qualcosa non andava percorrendo la statale…. Troppo deserta per l’ora. Sulle strade della città pareva non esserci anima viva, per questo mi sono fermata ad un bar per chiedere informazioni. Come l’esterno anche l’interno del locale era silenzioso, del barista non c’era l’ombra; mi sono avvicinata al bancone istintivamente, chiamando a voce alta un qualcuno che mi potesse dare una mano, ma con mio grande stupore vidi una figura accovacciata sul pavimento che, appena si accorse della mia presenza, si voltò guardandomi con due occhi a dir poco spaventosi….. Forse vi sto annoiando con il racconto.”
“No! Non ti preoccupare!” rispose Jill che si era seduta accanto a Leon e lo abbracciava e baciava “E’ interessante! Poi il viaggio sarà abbastanza lungo! Continua a raccontare”
“Jill ha ragione! Vai avanti” aggiunse Brad, compiacendosi della bellezza della nuova arrivata. Non aveva mai avuto la fortuna di trovarsi a lavorare con tante belle ragazze; Jill era sempre stata il suo sogno proibito, sin dal giorno della sua entrata in S.T.A.R.S.; non aveva mai tentato un approccio diretto, consapevole del fatto che, per via del suo carattere troppo fifone, non avrebbe avuto molte speranze. Nella stazione molti poliziotti avevano provato a farle la corte ma lei aveva sempre rifiutato; sembrava quasi non voler iniziare alcuna relazione. Sin dal giorno in cui era entrata nella squadra speciale si era dimostrata una brava professionista, tuttavia tendeva a non legare troppo con i compagni, a rimanere sulle sue. Brad aveva avuto notizie sul suo passato e imputava tale atteggiamento a quel fatto perciò tentò di inserirla nel nuovo ambiente in modi diversi, alla fine riuscendoci. L’altro membro femminile era Rebecca; era entrata nella squadra tre settimane prima dell’incidente nella villa, pertanto non avevano avuto il tempo di conoscersi. Rebecca era carina, intelligente e coraggiosa ma aveva da poco compiuto 18 anni; la differenza d’età era eccessiva. Ora, nel bel mezzo di una città infestata di orribili creature e con una gigante bioarma che voleva il suo scalpo, aveva trovato una ragazza che sembrava veramente interessata a lui, e improvvisamente una nuova fanciulla era entrata sulla scena; non sapeva proprio se ritenersi fortunato o baciato dalla sfiga.
“…..Scappai verso la porta di servizio in preda allo spavento; la creatura aveva cominciato a seguirmi emettendo strani lamenti; spalancai la porta e mi trovai puntata in faccia la pistola di Leon.
Lui disse di abbassarmi, e fece secco quello che mi sembrava uno zombie. Vista la situazione decidemmo di dirigerci in auto verso la stazione, sperando di trovare un rifugio sicuro, ma non ci siamo mai arrivati…”
“abbiamo preso un’auto del RPD” continuò il poliziotto “ e ci siamo diretti verso la stazione. Oggi è la mia prima giornata di lavoro, sinceramente speravo di iniziare in un modo migliore. All’interno dell’auto, senza che ce n’accorgessimo, c’era uno di quei maledetti mostri; quella cosa mi ha fatto perdere il controllo della vettura e siamo finiti dritti contro un palo, poi, come se non bastasse, un camion c’è piovuto addosso ad alta velocità rischiando di schiacciarci. Nell’incidente sono rimasto ferito ed ho quasi perso i sensi, se non fosse stato per Claire che mi ha tirato fuori della macchina giusto in tempo sarei già finito all’altro mondo.”
“Non appena Leon si è rimesso in sesto, ci siamo fatti strada tra le macerie ed abbiamo raggiunto il tram; mi era parso di udire voci provenire da questa direzione ed ho sperato di tutto cuore che qualcuno potesse darci una mano. Non immaginate la mia gioia nel vedere lo sportello aprirsi e quest’uomo dai capelli bianchi avvicinarsi a noi due. Poi mi ricordo solo la sedia ed alcune voci intorno a me. Devo essere svenuta”
Il gruppo aveva ascoltato il racconto prestando molta attenzione; era un modo anche di far passare il tempo nell’attesa che finisse il viaggio. Il tram viaggiava a velocità ridotta, manovrato dal tenente Victor, passando per le vie semidistrutte di Raccoon. Dai finestrini si potevano scorgere le sagome dei non morti vagare alla ricerca di carne di cui cibarsi, talvolta qualcuno di questi capitava sulle rotaie e lasciava questa terra maciullato delle rute del mezzo. I ragazzi guardavano fuori nella segreta speranza di avvistare civili ancora in vita, pur sapendo che ormai era diventato troppo tardi; l’aver avuto la possibilità di offrire il loro aiuto alla nuova coppia poteva considerarsi già un miracolo.
“Murphy! Carlos! Che fine ha fatto Murphy?”
Il soldato guardò la compagna in silenzio, poi abbassò gli occhi e si voltò. Non fu necessario aggiungere altro, la risposta era già stata data.
Rebecca sentì un nuovo peso caderle sulle spalle; una nuova vittima di quell’orrore. L’Umbrella l’aveva davvero combinata grossa quella volta. Dopo l’avventura nella tenuta degli Spencer i sopravvissuti della S.T.A.R.S., anche se non erano stati creduti da nessuno, avevano deciso di mettere fine ai piani della Società. Chris era partito per l’Europa due settimane prima del precipitare degli eventi, Barry aveva contattato alcuni suoi amici ed era andato in Canada con la famiglia, glia altri erano rimasti a Raccoon a raccogliere indizi. Adesso le veniva da pensare se aveva senso continuare quella battaglia persa in partenza: nulla avrebbe potuto fermare l’Umbrella, tanto meno cinque ragazzi ritenuti pazzi per le loro dichiarazioni. Erano isolati; almeno fino a quel momento. Fossero riusciti a scappare avrebbero avuto le prove dell’esistenza del virus, nessuno poteva più negare le loro affermazioni, tutto sarebbe stato sotto gli occhi di tutti. Il problema era scappare…..
“Scusami Claire. Posso farti una domanda? Come mai sei arrivata a Raccoon City?” chiese Jill alla ragazza.
“Sono venuta per mio fratello, Chris. Anche lui lavora per la S.T.A.R.S., come te Elza. Probabilmente siete colleghi. Non ti hai mai parlato di me? In ogni caso devo trovarlo, a costo di girare per mesi fra queste creature”
Gli agenti rimasero stupiti da quell’inaspettata rivelazione. Tutti sapevano che Chris aveva una sorella minore ma nessuno si sarebbe aspettato di trovarsela di fronte in un momento così negativo.
“Non farti ingannare dall’uniforme. Io non sono un agente S.T.A.R.S. e non ho mai sentito parlare di tuo fratello. L’uniforme è un gentile omaggio di Jill. Devi chiedere a lei o Brad o a Rebecca per tuo fratello”
“Temo che tu abbia fatto un viaggio a vuoto” intervenne Jill “ Chris ha lasciato la città da un bel pezzo. Era diretto in Europa, in Francia più precisamente, alla ricerca di prove contro l’Umbrella. Non ti ha avvertito?”
“No…. Stai scherzando vero? Non può essere partito senza dirmi niente. E adesso…? Cosa faccio?”
“Pensiamo a portare il culo fuori da questo casino, poi potremmo preoccuparci del futuro!” rispose il pilota che sapeva molto bene che il loro guaio più grande era ciò che avevano intorno in quel momento, e non il non sapere dove si trovassero i loro parenti.
“Inaspettatamente il tram rallentò la sua marcia sino a fermarsi del tutto. Una voce arrivò dal primo vagone:
“Fine della tragitto! E’ ora di scendere!”
Era Mikhail che parlava avvicinandosi al resto del gruppo. Rebecca abbassò il finestrino e si sporse a vedere cosa aveva fermato la loro corsa. Era sicura che le rotai proseguivano oltre, fino alla parte opposta della città; non era raro, infatti, che avesse preso quella linea per raggiungere un ipermercato nel quale era solita fare la spesa per se e per il suo gatto, in quanto dopo gli studi non aveva fatto in tempo a prendere la patente di guida. Sporgendosi con quasi tutto il busto notò che la via era ostruita da numerose vetture poste sulle rotaie a creare una sorta di muraglia. Durante il tragitto avevano più volte trovato barricate e sbarramenti ma erano sempre passati oltre grazie alla grande mole del mezzo, questa volta invece ogni tentativo sarebbe risultato inutile.
L’ormai numeroso gruppo stabili in breve tempo i dettagli della fuga. Vista l’impossibilità di percorrere il resto del tragitto al sicuro nel mezzo pubblico occorreva coprire distanza che li separava dalla Torre dell’Orologio a piedi, attraversano le pericolose vie della città. Una volta raggiunto il monumento avrebbero utilizzato l’enorme campana del campanile come messaggio per i piloti addetti al soccorso dei soldati e sarebbero evacuati da quel maledetto posto.
Per la prima volta nella storia della squadra, l’U.C.B.S. aveva fallito, e il tenente sapeva bene che non era il caso di trasformare quel fallimento in una tragedia; ormai di civili in vita non c’era traccia, pertanto scappare era diventato l’ultimo atto del lavoro in città.
I nove superstiti scesero dal tram armati fino ai denti, avanzarono uniti sulla strada mantenendosi il più possibile al centro della carreggiata in modo da avere una visuale più ampia ed un maggior tempo per reagire. Gli scarponi dei soldati risuonavano nel silenzio spezzato dal gracchiare dei corvi e Jill cominciava a chiedersi se qualcuna delle bioarmi della Umbrella poteva essere così intelligente da accorgersi della loro presenza; il Nemesis, così si chiamava il gigante dall’impermeabile nero che avevano incontrato nella stazione, sembrava nettamente superiore alle altre creature e probabilmente era già sulle loro tracce, a meno che l’uomo che l’aveva distratto la seconda volta non fosse riuscito ad allontanarlo da loro ed a tenerlo occupato per un po’.
Jill si era chiesta più volte chi poteva essere costui e non si levava dalla mente l’immagine del suo capitano alla S.T.A.R.S.; troppe cose coincidevano: il fatto che il mostro inseguisse solo i superstiti della squadra speciale, la descrizione data da Carlos al ristorante, il fatto che l’Umbrella volesse vendicarsi del suo tradimento; poi ripensava agli eventi della mansione, agli artigli del Tyrant che penetravano nella carne del biondo capitano, al corpo immobile e coperto di sangue, all’esplosione che aveva cancellato tutte le prove; No! Non era possibile! Wesker non poteva essere sopravissuto! Tuttavia non riusciva ad immaginare l’uomo misterioso se non con il volto di Albert.
Il gruppo arrivò ad un bivio; entrambe le strade portavano al punto d’arrivo ma… quale era più sicura? Gli eventi non permisero una scelta ponderata: i nove si erano fermati a discutere, e la parola era passata ai ragazzi che abitavano a Raccoon; Brad suggeriva di svoltare a destra, ovviamente Jill era di parere opposto, fiancheggiata dal suo ragazzo Leon.
Nacque così l’ennesimo battibecco fra i due, interrotto da un leggero tremore del suolo; tornò il silenzio, le orecchie erano tese…… si udì una nuova scossa e dal sottosuolo spuntò giusto al centro della strada una nuova spaventosa creatura.
Per quel poco che aveva potuto vedere, Jill sembro riconoscere un verme mastodontico, una sorta di bruco troppo cresciuto con, su un’estremità, una sorta di bocca ricca di denti. A questo punto il gruppo si divise: Jill, Carlos, Nicholai e Leon nella fuga avevano preso la strada di destra, Mickail, Brad, Elza, Rebecca e Claire quella di sinistra. Entrambi i gruppi corsero a perdifiato per diverse centinaia di metri e non si fermarono fino a quando non furono sicuri di essere in salvo.
Nella corsa, Jill e i compagni avevano raggiunto un cancelletto di ferro che chiudeva un violetto buio; Leon si voltò verso la direzione da cui erano venuti e, accortosi che il vermone non li aveva seguiti, si accasciò al suolo cercando di riprendere il più possibile fiato; il resto del gruppo seguì il suo esempio, sempre però all’erta.
“Abbiamo perso gli altri!Miseria!” disse Leon a Carlos.
“Perché diavolo sono passati dall’atra parte?” aggiunse Nicholai.
“Non vi preoccupate per loro” rispose Carlos “sanno badare a loro stessi, forse anche più di noi. Come sono sopravvissuti fino a questo momento così sopravvivranno ancora. Gli accordi erano di raggiungere al torre, li aspetteremo lì, sempre che non siano loro ad aspettare noi. Muoviamoci”
Con un deciso gesto della mano esortò i compagni a seguirlo mentre apriva il cancello ed entrava nel vicolo alla ricerca di una via verso la salvezza.
Il cuore di Mickail aveva raggiunto un numero elevatissimo di colpi durante la corsa e, pian piano rincominciava a rallentare; il tenente si era accovacciato sul gradino di un marciapiede che dava su un’enorme piazza per riprendere fiato: non era mai stata una grande atleta. Accanto a lei si era seduta la nuova arrivata, Claire: Mickail la osservò a lungo mentre la ragazza appoggiava la testa alle ginocchia e si tastava il petto che le doleva per la fatica.
. Aveva una caratteristica in comune col fratello: gli occhi. Lo sguardo era lo stesso, sveglio, attento e profondo, perfettamente inserito in un volto arrotondato; era una ragazza molto carina.
Rebecca si avvicinò a Mickail e a Claire, si sedette sui talloni e chiese informazioni sulle condizioni; anche lei era molto provata dalla fuga ma sapeva bene che la sorella del collega era appena rinvenuta da uno svenimento e, data la sua esperienza medica, aveva sentito la necessità di fare quelle domande.
Brad era in piedi poco lontano da loro, controllando con lo sguardo la strada dalla quale erano giunti e cercando di notare ogni piccolo segno di vita; accanto a lui stava Elza, con le mani appoggiate sulle ginocchia nella classica postura del corridore che ha appena dato tutto.
Il pilota diede un’occhiata attorno a sé e si rese conto di essere rimasto l’unico uomo nel gruppo; non aveva nulla contro le amiche ma sicuramente si sarebbe sentito più sicuro con i mercenari
“Tu e altre tre donne” pensò fra sé e sé “potete combinare solo belle cose”
“Forse è meglio se ci incamminiamo verso la torre, gli altri sicuramente saranno già in marcia” aggiunse.
“Dacci un minuto per riprendere fiato” disse con un leggero tono di supplica Claire.
“Un minuto e basta”
Trascorsa la breve pausa il gruppo riprese a camminare a passo non troppo spedito; la strada da percorrere non era molta ma nemmeno poca. Aprirono un portoncino di ferro e si ritrovarono all’interno di un campetto da basket tipico delle zone non proprio residenziali della città; sui lati, accanto alle recinzioni, erano appoggiati attrezzi da lavoro, resti di quello che era un cantiere per l’abbellimento della zona intorno al monumento simbolo di Raccoon.
Sulla parte opposta del campo tre zombie erano accovacciati a divorare un corpo proprio di fronte all’uscita che dava sul retro. I non morti, uditi alle loro spalle rumori di passi, si sollevarono e cominciarono ad avvicinarsi ai cinque. Le quattro ragazze sollevarono tutte i loro fucili d’assalto (Claire aveva ricevuto quello che un tempo era stato di Murphy) e puntarono verso gli obbiettivi, ma la voce di Brad risuonò nell’aria:
“Non sparate con quelli! Sarebbero solo munizioni sprecate, e a noi quelle munizioni possono servire in futuro, specie se avremo la sfortuna di incontrare ancora uno dei giganti. Tenente! Prenda la sua Beretta e miri alla testa, io farò altrettanto”
I colpi di pistola echeggiarono nell’oscurità, andando tutti a segno e facendo crollare a terra le creature con la testa spappolata. Una pozza di sangue riempì in breve tempo l’asfalto attorno ai cadaveri, confermando il decesso degli zombie, e i cinque si diressero verso il portoncino sul retro.
Aprire quella porta fu una delle esperienze più dure di tutta quell’avventura per Elza, non tanto per la ruggine che aveva ormai corroso i cardini quanto per la necessità di spostare dall’uscio il corpo precedentemente divorato dai non morti; era un corpicino piccolo, vestito con una tutina blu con raffigurato Topolino, ormai completamente coperto dal sangue che usciva dalle numerose ferite sul corpo. Probabilmente la vittima non aveva raggiunto i quattro anni d’età.
Elza alla vista del bambino si sentì male, si portò la mano alla bocca tentando di evitare di vomitare; si allontanò dall’uscio e si voltò alla parte opposta:
“Non ce la faccio a toccarlo!” disse piano; di morti ne aveva incontrati molti quella giornata, ma la vista di quel corpo l’aveva letteralmente sconvolta.
Rebecca si avvicinò alla compagna con un gesto che intendeva mostrare tutta la sua comprensione mentre Brad, a malincuore allontanava con un piede il corpicino da quella posizione scomoda; Rebecca aveva spiegato che era il più possibile consigliato non mettere a contato la pelle con il sangue dei cadaveri infettati dal virus, in quanto c’era una pur piccola possibilità di rischiare il contagio; e lui non intendeva certo fare la stessa fine degli altri civili.
Superarono tutti il cancello e si ritrovarono in uno stretto vicolo con ad un’estremità delle scalette che portavano ad un passaggio sopraelevato; prima di dirigersi verso le scale Brad indicò un furgoncino bianco parcheggiato a chiusura dell’altra estremità del vicolo: era uno dei furgoni di Kendo! Al suo interno, dopo una breve ricerca, i cinque trovarono numerosi caricatori per pistola, fucile d’assalto, fucile a pompa e lanciagranate; inoltre presero alcune Beretta, un lanciamine e tre Colt Pyton simili a quelle che possedevano già Mickail e Brad.
I passi sulle scale di ferro risuonavano amplificati dall’effetto eco nonostante i tentativi di fare meno rumore possibile; fu un vero e proprio sollievo mettere di nuovo piede sull’asfalto umido della strada. Brad avanzava nel vicolo come capofila, seguito a ruota da Elza, chiudeva la fila Mickail: Vickers girò l’angolo e si bloccò, sgranando letteralmente gli occhi; Elza girò anche lei e come il compagno si fermò sorpresa dalla visione: un uomo stava dritto davanti a lei puntando una Magnum sulla testa del compagno. L’uomo era molto calmo e dopo un momento abbassò l’arma tenendola ben stretta sulla mano destra.
“Meno male! Siete solo voi!” disse l’uomo facendo un grosso respiro distensivo.
Brad era rimasto impietrito, aveva voglia di dire qualcosa ma le parole non uscivano dalla bocca. Nel frattempo erano accorsi anche gli altri tre superstiti ad osservare ciò che stava accadendo; Rebecca rimase letteralmente di sasso non appena vide lo strano personaggio che si era parato davanti a lei;
“Chi è quest’uomo?” chiese Elza notando la strana reazione dei compagni.
“Piacere di conoscerla signora! Il mio nome è Albert. Albert Wesker”.
Leon diede una breve occhiata alla strada che incrociava quella che stavano percorrendo, sporgendosi dal bordo del muro; la via era scura ma non sembrava presentare pericoli di sorta.
Avanzarono ancora superando un tombino che fumava proprio al centro della carreggiata; la tensione era palpabile nell’aria, i quattro avanzavano attenti agli edifici circostanti; poco prima Carlos aveva rischiato di lasciarci la pelle solo perché non era stato attento alle vetrine che fiancheggiavano al via: un’orda di non morti le aveva fracassate dall’interno di un locale, trovandosi così a pochi metri dal soldato, e solo il caso volle che gli zombie si ostacolassero tra di loro lasciando il tempo al giovane di mettersi al riparo.
La strada girava leggermente sulla destra, di quel tanto che non permetteva di avere una chiara visone della via a lunga distanza. Un rumore di pesanti passi si udì in lontananza, poi questi si fecero sempre più rapidi, simili a quelli di un uomo che corre; i soldati si buttarono sulla loro destra appoggiando le spalle al muro, nel tentativo di rendersi meno visibili all’eventuale nemico.
Dalla curva uscì una creatura che i quattro non avevano mai visto prima: assomigliava vagamente al Tyrant che avevano ucciso alla stazione del tram, ma sembrava leggermente più grosso e non presentava nel viso chiare fattezze umane; il cranio era rasato, una cicatrice percorreva la parte destra del viso chiudendo l’occhio, i denti erano in bella mostra data la mancanza di labbra. Sul braccio destro portava un’arma micidiale, un bazooka leggermente arrugginito ma in discrete condizioni.
“Mio Dio!” esclamò Carlos “Deve essere quella creatura di cui parlavano Jill e gli altri, il Nemesis!”
Nicholai, Leon, e Carlos imbracciarono le loro armi e puntarono verso la creatura che si trovava dritto davanti a loro con aria minacciosa; poi la bioarma si voltò e proseguì al usa camminata lungo la strada senza prestare la minima attenzione al gruppo di superstiti. I quattro si guardarono l’un l’altro sorpresi, nonostante le apparenze, la creatura più pericolosa dell’intera città non aveva dato alcun problema, evidentemente non si era accorto di Jill.
“Adesso che ci penso, mi pare di aver capito che il Nemesis sia programmato per dar la caccia ai poliziotti della S.T.A.R.S., non ai civili di Raccoon. Probabilmente è per questo motivo che è andato dritto: ha sentito rumore di passi in lontananza, è accorso per vedere di chi si trattava e, non avendo riconosciuto nessuno di noi, ha continuato la sua ricerca” aggiunse Carlos col tono di chi la sa lunga.
“Allora speriamo che non capiti nella zona degli altri. In quel caso sarebbero dolori!” rispose Leon.
“Adesso non possiamo preoccuparci di loro, dobbiamo pensare a noi stessi. D’altronde se quel mostro si trova vicino a noi non può essere al tempo stesso vicino a loro, no! Cerchiamo dunque di raggiungere la torre, poi vedremo”
Così dicendo ripresero la marcia mentre vedevano ormai la torre svettare tra gli edifici di fronte a loro.
Capitolo 8
Rebecca guardava il suo vecchio capitano che parlava con molta naturalezza con Elza, come se la presenza dei suoi colleghi della S.T.A.R.S. non lo sfiorasse neppure; eppure quell’uomo aveva dato non pochi problemi alla magione, non aveva esitato a mandare a morire i compagni in quell’inferno, ed egli stesso aveva dato il colpo di grazia al suo vice reo solo di aver scoperto i suoi loschi piani.
Ora, dopo che era stato dato ufficialmente per morto, ricompariva dal nulla in quella città infestata di morti viventi come se niente fosse accaduto.
Anche Brad osservava il capitano con uno sguardo vagamente indagatore, diverso però da quello carico d’odio di Rebecca, forse perché egli non aveva vissuto in prima persona quell’esperienza ma ne aveva solo sentito parlare.
Wesker guardava dritto negli occhi la motociclista, affascinato dallo sguardo profondo e sicuro della ragazza, mentre le raccontava cose del tutto inappropriate al momento, nel tentativo di fare una buona impressione. Poi alzò lo sguardo e guardò oltre Elza per vedere la reazione dei vecchi amici.
Non poté trattenere un sorrisetto malefico nel notare il volto di Rebecca, volto che lasciava chiaramente trasparire tutto il disgusto che la ragazza provava per lui; con tono forzatamente pacato e interrogativo, cercando di non sorridere alla domanda, chiese:
“Rebecca! Carissima! Non posso fare a meno di notare che non sei molto contenta di vedermi. E io che pensavo che saresti corsa subito ad abbracciarmi! Non va bene! Non sarai ancora arrabbiata per quello che è successo due mesi fa? Ormai il tempo dovrebbe aver cancellato quei ricordi!”
Rebecca rifletté un momento per decidere se era il caso di dare una risposta ad una carogna come Albert, il quale non solo non sembrava pentito di quello che aveva commesso, ma addirittura ci scherzava sopra! Forrest, Kenneth, Richard, Enrico, Edward, Joseph erano morti per colpa sua e lui ci rideva sopra, mentre lei non era riuscita a chiudere occhio per giorni dopo essere fuggita da quella casa.
“Wesker! Sei solo uno stronzo! Sei un uomo di merda! Non so come tu sia sopravvissuto all’esplosione ma oggi ho avuto la conferma che la feccia, chissà perché, non muore mai”
"Parla pure quanto vuoi Rebecca!"
"Tu ci vuoi morte!" rispose Rebecca irritata
“No! Ho detto che non mi interessa nulla di voi due, non che vi voglio morte. I proiettili preferisco risparmiarli per queste maledette creature piuttosto che sprecarli su di voi; tuttavia non mi dispiacerebbe vedere la carissima Claire essere divorata da qualche zombie; sarebbe un ottimo argomento di conversazione con Chris. Comunque non vi preoccupate, non intendo farvi nulla di male, per il momento”
“ Perché la tua compagnia ci vuole vivi?” intervenne Rebecca che si era ripresa dal brutto momento e si era riunita al gruppo.
“Non lo so! Ma so che potrete essere di aiuto contro l’Umbrella. Quei bastardi devono pagare per tutto il casino che hanno creato!”
“Che cuore nobile!” disse Rebecca “Ma cosa te ne può fregare di tutto ciò? Tu eri al corrente di tutto sin dall’inizio, e non hai fatto nulla per fermarli. Perché dovresti averli così in odio ora!”
“Forse sto cambiando, sto diventando buono. Noooooooo! Diciamo che ho i miei buoni motivi, ma sarebbe lungo spiegare tutto, pensa a fidarti di me. Mickail, Brad, Rebecca! Andiamo! Restare troppo a lungo fermi in un punto stretto come questo non è conveniente, quel maledetto mostro potrebbe trovarci e non sarebbe certo un’esperienza gradevole ”
“Non mi pare che tu sia nelle condizioni di poter dare ordini. Non sei più un nostro superiore. Ed in secondo luogo non abbiamo intenzione di abbandonare né Elza né Claire in questo maledetto posto. Siamo in grado di cavarcela da soli, anzi abbiamo già un piano di fuga. E poi ci aspettano ancora i nostri compagni che tu non hai avuto il piacere di incontrare” rispose Rebecca.
“Se per il piano di fuga intendi il raggiungere la Torre dell’Orologio e chiamare da là il soccorso degli elicotteri ti sbagli di grosso”
“Come fai a conoscere la nostra idea? E cosa intendi?”
“L’operazione di salvataggio dei superstiti dell’Umbrella è stata un fallimento totale, moltissimi soldati sono morti, pertanto la sede centrale ha preferito fermare la missione e richiamare tutti i suoi uomini alla base. Non c’è alcun elicottero nella zona pronto a soccorrervi. Siete rimasti isolati”
“Stai scherzando!” disse Claire.
“Purtroppo per voi no!”
“Gli altri ci aspettano alla Torre. Nessuno gli ha avvisati. Dobbiamo andare ad avvertirli!” continuò la sorella di Chris.
“Giusto” dissero quasi all’unisono gli altri componenti del gruppo.
“Non farete proprio nulla voi tre! Verrete con me e chi si è visto si è visto. Pace all’anima dei morti di questa città”
Brad estrasse dalla fondina la Beretta in dotazione alla polizia e la puntò verso l’uomo con un atteggiamento molto aggressivo, poi cominciò a parlare:
“Non hai capito, Wesker, che tu non conti niente qua? Noi non siamo come te, ci teniamo agli altri. Pertanto andremo alla torre ad avvisare tutti, che tu lo voglia o no! O si scappa tutti da quest’inferno o si muore tutti”
“ Dai Brad! Pensaci bene!” rispose Albert con il suo classico sorriso, nonostante l’arma puntata alla tempia “ Sai quanto è rischioso rimanere un minuto di troppo qui, e tu hai paura di morire, vero?”
Il sorriso si spense lentamente all’impassibilità del pilota. Brad, pensava Wesker, era sempre stato un gran fifone, la morte lo terrorizzava; possibile che fosse cambiato così tanto durante la sua assenza?
“D’accordo! Si farà come volete voi: ma non lamentatevi se poi vi troverete a vagare per Raccoon alla ricerca di carne umana per sfamarvi. Io vi avevo avvertito. Comunque verrò lo stesso con voi, non posso permettermi di fallire nella mia missione”
I cinque si guardarono in faccia l’un l’altro per qualche istante, chiedendosi se era una buona scelta portare con se anche l’uomo. Poi decisero che, sebbene fosse un uomo di cui non era lecito fidarsi, era pur sempre un superstite, per giunta molto esperto. Una bocca da fuoco in più poteva sempre far comodo.
“D’accordo. Puoi venire con noi. Ma stai attento a non fare qualche cazzata, questa volta la pagheresti molto cara. Te lo posso giurare” disse Rebecca al capitano.
“Come vuoi tu. Andiamo però! Non voglio rincontrare il Nemesis un’altra volta. Due sono più che sufficienti. Non posso avere sempre fortuna e riuscire a seminarlo nuovamente”
La porta al fondo del vicolo, dalla parte da cui i cinque erano entrati, si aprì e si udirono passi percorrere il tragitto verso i ragazzi. Le numerose svolte non permettevano di vedere l’individuo che provocava tali rumori, né alcuno dei superstiti era curioso di scoprirlo: con passo leggero e cercando di fare meno rumore possibile, quello che era ormai diventato un sestetto si diresse verso l’altra uscita e richiuse dietro di sé il portoncino.
“Da questa parte!” disse Wesker “Faremo molto prima”
“Va bene” rispose Brad seguendo il suo ex capitano.
Il gruppo continuò a correre lungo la strada che portava alla torre, voltandosi di tanto in tanto per vedere chi usciva dal vicolo, tuttavia il portoncino non si aprì, almeno finché fu loro possibile osservarlo.
Scampato il pericolo, Wesker rallentò l’andatura cominciando a passeggiare, aspettando che Rebecca si avvicinasse, poi, come per allentare la tensione, rincominciò a parlare
“Sei diventata molto più carina con i capelli corti, Rebecca. Non che prima fossi brutta, anzi… ma adesso stai molto meglio. Dico sul serio”
“Non mi sembra il momento di parlare del mio taglio di capelli, Albert. E soprattutto non gradisco alcun complimento da uno come te. Quindi sei pregato di zittirti.”
“Mamma mia quanto sei acida! Però mi hai chiamato per nome, quindi non sei poi così schifata da me. Un tempo ti saresti rivolta a me chiamandomi solo capitano oppure capitano Wesker. Vuol dire che sta nascendo un rapporto fra noi due”
“Tu ti sei completamente rincitrullito! Ma che razza di ragionamenti fai? Come te lo devo ripetere che fra noi due non ci sarà mai nulla di buono. Sei un essere troppo…….”
“Troppo…?……. Va bene! Ho capito. Ma cambierai presto idea. Cosa mi dici di quei due?” continuò l’ex capitano volgendosi verso Brad ed Elza che camminavano a qualche passo da loro tenendosi per mano e scambiandosi parole che Albert non riusciva a sentire.
“Non c’è molto da dire. Si sono conosciuti in quest’avventura e si sono subito piaciuti. Probabilmente per loro questa, potrà trasformarsi in un’esperienza positiva. Per noi non so”
“Te l’ho già detto. La mia missione è portarvi in salvo. Ed io non sbaglio mai. Quindi non preoccuparti. Ti tirerò fuori da qui, a costo di portarmi dietro tutti i tuoi amici.
Brad è cambiato dall’ultima volta che l’ho visto”
“Tante cose sono cambiate da quel giorno. Troppe!”
Wesker si arrestò di colpo, fermando con il braccio Rebecca; fece segno con la mano a tutti coloro che seguivano di non far rumore e fece capire di caricare le armi. Rimase ad ascoltare con attenzione qualche istante: un rumore di passi leggeri si udiva da una strada poso avanti, poi anche alcuni sibili strani, che sicuramente non appartenevano ad alcuna creatura esistente.
Rebecca sembrò riconoscere quei rumori e le si gelò il sangue.
Wesker nel frattempo pensava fra sé e sé:
“Porca miseria. Ma quanti sono? 1….2….3….4….5…..6! Cosa si fa ora?”
Si guardò intorno alla ricerca di un percorso alternativo, senza riuscire a trovarlo. La strada era fiancheggiata da case affiancate, senza vicoletti laterali, ed era troppo rischioso tornare indietro; poi l’occhi gli caddero su Claire e sulla sua arma, la Beretta MF92S, e reputandola insufficiente fece segno alla ragazza di passare alla Magnum. Visto ciò, anche Elza ripose la sua pistola nella fondina e imbracciò il più potente Benelli.
Un gatto attraversò la via urtando il coperchio di un bidone della spazzatura rovesciato; l’oggetto cadendo provocò un rumore metallico che ebbe brutte ripercussioni sulla situazione; gli esseri, che ancora non si erano accorti della presenza dei sei, cominciarono a correre spuntando all’improvviso da un incrocio e si diressero verso il gruppo.
Wesker aveva contato bene; 6 Hunter correvano verso la sua posizione, uno per ognuno. Sia Brad che Rebecca notarono che questi esseri non avevano la palle color verde come quelli dalla mansione, ma un vivace coloro rosso sangue.
Il vecchio capitano della S.T.A.R.S. esplose un colpo di colt che atterrò una delle creature immediatamente, mentre anche i suoi compagni avevano cominciato a sparare; gli hunter erano molto più ostici degli zombie in quanto dotati di una resistenza maggiore e di un movimento veloce e scattante, nonché capaci di spiccare salti verso la preda.
Dopo qualche istante altri tre hunter erano stramazzati al suolo per la gragnola di colpi ricevuti ma altri due si erano fatti particolarmente vicini: uno si era diretto verso Mickail, spiccando una altissimo salto e caricando il braccio per colpirlo con i suoi poderosi artigli, ma, per sua sfortuna, non ebbe il tempo di cominciare la parabola discendente che il suo corpo fu trafitto dai proiettili esplosi simultaneamente dal pilota, da Claire e da Elza; il secondo si era diretto verso Rebecca che imbracciava con sicurezza il suo fucile a pompa; anch’esso spiccò un altissimo salto, esponendosi così all’arma della giovane, che però non fece fuoco. Aveva terminato le munizioni e non aveva il tempo materiale per sostituirle; il mostro atterrò giusto di fronte alla ragazza e sferrò un colpo con i suoi affilati artigli ma Rebecca, proprio all’ultimo istante si era gettata a terra evitando di essere colpita; tuttavia ormai era totalmente in balia del suo avversario che non esitò a sferrare un nuovo attacco.
Rebecca sentì il peso della creatura cadergli addosso con un sibilo, e si sentì umida. Aprì gli occhi e si accorse di essere per gran parte ricoperta di uno strano liquido, mentre l’hunter giaceva immobile sopra di lei. Il liquido era il sangue del mostro, sangue che usciva da un foro sulla calotta cranica, provocato da un colpo di magnum di Wesker. L’uomo si era accorto del pericolo che correva la ragazza ed aveva agito tempestivamente facendo affidamento sulla propria mira. L’hunter era molto sul colpo.
Albert si avvicinò a Rebecca e le diede una mano a risollevarsi, poi scrutò con attenzione il corpo che giaceva al suolo. L’Umbrella doveva aver fatto progressi dal giorno dell’incidente, il mostro era un evoluzione del Ma121 che aveva visto nascere lui e che si era liberato nella tenuta degli Spencer: sembrava muscolarmente più potente e intelligente, oltre ad avere diverso colore di pelle.
“Cosa aspetti Albert?” disse Rebecca all’uomo “Conosci benissimo quell’essere. L’hai creato anche tu”
"No!Questo è diverso, il mio era un prototipo che è stato buttato dall'Umbrella!" rispose Wesker
“Qua dietro c’è la torre!” disse Brad.
“Lo so!” rispose il biondo, aprendo a fatica la porta e facendo passare uno alla volta i suoi compagni “Vi ho portato io qua!”
Rebecca le si avvicino e parlo:
“Grazie per prima, mi hai salvato la vita”
Wesker sorrise e le fece segno di continuare a camminare; era suo dovere proteggere i membri della squadra speciale sopravvissuti, gli era stato ordinato dalla sua società, ma forse sperava anche di farsi perdonare almeno in parte il tradimento, anche se sapeva che era un’impresa difficile. Era però contento di non aver incontrato in città Barry; lui non l’avrebbe perdonato di certo, la vigliaccata del ricatto non se la sarebbe mai scordata, anzi, probabilmente gliel’avrebbe fatta pagare a suon di pugni.
“Barry, Barry” pensò fra sé e sé Albert “Ti piacerebbe mettermi le mani addosso! Ma anche tu alla fine sarai costretto a cambiare idea e starai dalla mia parte, senza bisogno di usare Polly e le due ragazzine come stimolo. Si tratta solo di aspettare” e sorridendo richiuse la porta alle sue spalle.
Di fronte a loro si parava oramai il simbolo di Raccoon, la Torre dell’Orologio.
“Forza ragazzi! Entriamo” disse Mickail “gli altri saranno già arrivati e ci staranno aspettando dentro. Andiamo a portar loro la cattiva notizia”
“Sì capo!” rispose in modo scherzoso Wesker.
Così aprirono l’enorme portone in ferro battuto che dava sull’ormai deserto cortile e finalmente entrarono.
Capitolo 9
Carlos osservava l’enorme hall della torre cercando di capire che cosa, in quell’edificio, lo metteva tanto a disagio. Il monumento sembrava in ottime condizioni, quasi come se non facesse parte di Raccoon City, ma al suo interno non si poteva percepire anima viva. Leon si avvicinò ad un enorme tavolo che fiancheggiava le scale e raccolse uno spray medico ed una mappa della costruzione; poi la sua attenzione fu attirata da un oggetto appoggiato ad un tavolino sul fondo della parete. Lo guardò un istante, poi sollevò quello che sembrava un coperchio e dall’oggetto uscirono delle note musicali: era un carillon!
“Cosa diavolo ci farà un carillon in questo luogo?” disse ad alta voce volgendosi verso Jill che si trovava alle sue spalle.
“Non è l’unico a quanto pare!” rispose dalla parte opposta della scala Nicholai “Qua ce n’è un altro”
“Forse sono una specie di messaggio in codice che serva ad aprire qualche passaggio segreto!” aggiunse sorridendo Carlos.
“Sì! Ed io sono il nonno di Babbo Natale! Guardi troppi film, ragazzo” rispose Nicholai.
“Stavo scherzando! Mamma mia quanto sei scassapalle! Prendi la vita con meno serietà e vivrai meglio, te lo dico io”
“Vuoi insegnarmi tu a vivere nel modo giusto? Guarda che quando tu eri attaccato al seno di tua madre a ciucciare il tuo bel latte, io avevo gia avuto decine di donne e d’esperienza ne avevo da vendere. Figurati ora! Potrei farti tranquillamente da maestro”
“Certo, certo! Hai ragione!”
“Smettetela voi due!” tuonò Leon “Non abbiamo tempo per litigare. Piuttosto, cerchiamo di dare un’occhiata alla torre mentre aspettiamo gli altri. Una volta arrivati tutti chiameremo i soccorsi dal campanile. Io e Jill andremo a sinistra, voi due dalla parte opposta. Il ritrovo fra quindici minuti massimo qua. Muoviamoci!”
Jill ed il poliziotto aprirono la doppia porta e si ritrovarono in una sala rettangolare occupata per gran parte da un tavolo di grosse dimensioni; la stanza non sembrava presentare pericoli di sorta ma neanche niente d’interessante, perciò i due passarono alla stanza successiva.
Se la sala non aveva niente d’importante da offrire, quella nuova aveva ancora meno; sembrava un’enorme stanza da ballo, priva di mobili fatta eccezione per un pianoforte appoggiato sulla sinistra; una porta doveva un tempo condurre all’esterno, ma ora era sigillata con robuste assi di legno, segno che anche la torre non era rimasta immune ai fatti della città, com’era invece sembrato in un primo momento.
Sulla parete destra delle enormi vetrate dovevano dare luce all’ambiente, ma vista l’ora tarda questa funzione era stata assegnata a due enormi lampadari che pendevano dal soffitto.
Leon si avvicinò alle vetrate e diede una rapida occhiata all’esterno:
“Fuori è tutto stranamente tranquillo. Non si muove una foglia”
“Meglio così, non credi?”
“Sì, però questa calma è fin troppo strana. Non vorrei succedesse qualcosa”
“Figurati! Diamo piuttosto un’occhiata alla prossima stanza. Cosa dice la mappa?”
“Dovrebbe essere una cappella Jill!”
La porta era chiusa. I due ascoltarono in silenzio cercando di captare rumori provenenti dall’interno, ma non udirono nulla. Leon arretrò di un passo e sferrò un potente calcio che sfondo l’uscio mettendo in vista l’interno della stanzetta. Come le altre, anche questa sala sembrava non presentare pericoli. Jill avanzò all’interno avvicinandosi all’altare, poi si diresse verso una libreria e raccolse una chiave su cui era inciso “Chiave torre”.
“Bene!” pensò fra sé e sé; Poi la voce di Leon attirò la sua attenzione:
“Abbiamo scoperto chi ha chiuso questa porta, o almeno quello che ne resta”
Jill si voltò e, seguendo il dito puntato del compagno, notò un corpo riverso sul pavimento dietro l’altare; si avvicinò ancora e notò che al morto mancava la testa, la quale doveva essere stata letteralmente strappata dal collo, a giudicare dal tipo di ferita; il resto del corpo era diventato, invece, cibo per uccelli dal tipo di ferite che presentava.
“ Cosa può avergli strappato la testa?” chiese il poliziotto.
“Non ne ho la minima idea e non intendo scoprirlo. Torniamo al punto di ritrovo! I quindici minuti stanno per passare e non è rimasto nulla da vedere”
“OK”
I due varcarono nuovamente la soglia rientrando nella stanza del pianoforte; Leon girò la maniglia e aprì la porta, ma, con un frastuono immenso, le vetrate si ruppero e fecero la loro comparsa due mostruose creature. Erano due esseri dalle fattezze non molto diverse da quelle umane, ma si muovevano sul pavimento utilizzando tutti e quattro gli arti; quello che doveva essere il braccio destro presentava all’estremità un artiglio ben affilato, mentre il cranio mostrava chiaramente la massa celebrale. I due mostri si erano posizionati giusto in fronte ai due soldati, emettendo forti sospiri ad intermittenza, tuttavia non sembravano intenzionati ad attaccare.
“Che si fa, Jill?” chiese Leon.
“Sono insolitamente immobili, forse non sono interessati a noi. Proviamo a muoverci lentamente verso la sala da pranzo e per poi chiudere la porta. Se saremo fortunati, ce la caveremo senza sprecare colpi”
Leon arretrò lentamente di un passo, imitato da Jill; ma le due creature, alla vista del movimento, emisero un forte grido e spiccarono un salto verso le loro prede.
“Fuoco!” urlò Leon gettandosi a terra per schivare il colpo.
La poliziotta non se lo fece ripetere due volte e esplose un colpo di Benelli, centrando in pieno il nemico. Leon scaricò una raffica di fucile d'assalto verso la seconda creatura mandandola a gambe levate, mentre il primo mostro si era nuovamente rimesso sulle quattro zampe e riprendeva la sua marcia verso Jill.
“Spara al cervello!” disse il Leon.
L'EX S.T.A.R.S. raccolse il suggerimento dell’uomo ed esplose un secondo colpo che andò a conficcarsi proprio nel cranio della creatura, stroncandole la vita.
I due membri dell’U.B.C.S. guardavano pensierosi i tre orologi appesi al muro della stanza in cui erano appena entrati. Un messaggio era scritto sopra di essi:
“Bisogna dare giusto peso alle proprie scelte”
E leggermente più sotto:
“La mezzanotte può portare regali inattesi”
Sotto ogni orologio inserito all’interno di inquietanti dipinti c’era un vassoietto sui cui poteva essere inserito qualcosa, ma cosa?
“Ci mancavano gli indovinelli adesso!” disse Nicholai.
“Chissà cosa significa?manca molto alla mezzanotte e non possiamo aspettare qui” rispose Carlos.
I due soldati erano giunti in questa strana stanza dopo averne visitato diverse altre: una sorta di piccola biblioteca, un soggiorno nel quale avevano trovato una dama con ancora le pedine sopra, una stanza da letto perfettamente nella quale, con loro grande sorpresa, avevano rinvenuto numerose munizioni per fucile e qualche caricatore per pistola; poi, all’improvviso, da un muro si era staccato un pannello e dietro di esso apparve un piccola chiave con un etichetta “Chronos”
Successivamente erano entrati in un corridoio, aprendo una bellissima porta finemente lavorata proprio con la chiave da poco trovata, e si erano trovati faccia a faccia con tre mastodontici ragni, eliminati facilmente con qualche colpo. Alla fine si erano ritrovati nella stanza degli orologi.
Su un angolo giaceva il corpo di un loro compagno, morto probabilmente nel tentativo di proteggere una ragazzina, segno che qualcosa non doveva essere andato nel verso giusto nell’edificio, poi i tre orologi avevano attirato la loro attenzione.
“Guarda qua cosa ho trovato!” disse Nicholai mostrando una gemma raccolta da una delle tre statue appoggiate ad una parete “ Forse ha qualcosa a che fare con l’enigma”
Il soldato ripose la gemma in uno dei vassoi sotto gli orologi, quello di destra. L’orologio centrale mosse le lancette, spostandosi dalle 6:00 alle 4:00.
“Ci sono!” disse eccitato “ Controlla se anche le altre statue hanno qualche gemma e portala qua”
Carlos eseguì l’ordine e pose le due nuove sfere nei due vassoi rimasti liberi; l’orologio centrale si mosse due volte fino a segnare le 11:00, ma nulla accadde.
“Abbiamo sbagliato la disposizione. Riproviamo!” esclamò il canuto soldato.
“Lascia provare a me! Forse ho capito” ribatté Oliveira. Appena ebbe terminato di parlare si avvicinò all’orologio centrale, allungò la mano e spostò con le dita le lancette fino a posizionarle sulle 12:00. Un rumore si udì dall’orologio che si aprì mettendo in mostra una Colt Pyton nuova fiammante, un numero enorme di caricatori e alcuni fogli.
Nicholai cominciò a leggerne qualcuno. Sembrava una sorta di confessione:
27 settembre ore 23:15
Sono morto! Fra poco raggiungerò Ines all’altro mondo, lo sento. Il veleno comincia a fare effetto, maledetti ragni. Ines non ha resistito a lungo, era già debole. Io sto impazzendo. Non so perché sto scrivendo, forse non sto capendo più nulla. Questo simpatico meccanismo degli orologi mi ha tenuto compagnia fino ad ora, adesso voglio usarlo io! Ma cosa sto dicendo? Chi potrà mai risolvere questo enigma? Questa è una città morta. Magari qualche zombie non trovando nulla da fare ci proverà, o forse quel gigante con l’impermeabile. Maledetta Umbrella! Prima mi mandi in quest’inferno e poi mi abbandoni da solo? Il tuo piano di evacuazione è fallito, hai ritirato tutti gli uomini, senza aver la minima pietà per coloro che avevano ancora qualche speranza di sopravvivere. Nessuno suonerà mai queste campane, ma mi immagino la loro faccia quando non sentiranno più nulla, nessun rumore, nessun elicottero. Umbrella, se esiste giustizia tu verrai distrutta. Io non sarò presente, ma dall’inferno me la riderò…….
La lettera continuava con altre frasi sconnesse tra loro e talvolta prive di senso logico, segno della malattia del soldato. Tuttavia il messaggio era chiarissimo. Non avevano più scampo, l’Umbrella li aveva lasciati a morire a Raccoon.
“Porco Cazzo!” esclamò Nicholai guardando il compagno “Siamo nella merda fino al collo, anzi più in su”
“Dobbiamo andare a riferirlo agli altri”
“Giusto! Muoviamoci!”
I due soldati ripercorsero a ritroso il percorso correndo il più veloce possibile. Aprirono la porta che dava sulla hall, pronti a comunicare la brutta notizia ai compagni, e li ritrovarono che parlavano con Mickail e il suo gruppo.
“Brutte nuove, tenente! Il piano d’evacuazione è saltato, siamo rimasti isolati” disse ansimando Zinoviev.
“So già tutto, Nicholai. Mi ha gia spiegato la situazione Leon. Stiamo decidendo sul da farsi” rispose il tenente Victor.
"Wesker!"esclamo Jill"Sai chi è questo poliziotto?"
"NO!Chi è?"disse Wesker con aria strafottente
"è il mio fidanzato"esclamo Jill
"Finalmente ci sei riuscita eh!"
"Senti tu con gli occhiali da sole non fare il figlio di puttana con me e con Jill!"rispose Leon
"Perché se no che fai?"
"Ti sparo un colpo di fucile nel culo!Capito!"
"Ma davvero!!!!!"
"Se non ti stai zitto ti faccio stare zitto io !!!!!!!!" rispose Leon
"è per tua informazione capitano della S.T.A.R.S."continuò Leon
"Jill è bellissima!!!"
"Leon"disse Jill con aria amorosa
Carlos guardò i compagni e notò che erano tutti sani e salvi, in buone condizioni per giunta; poi il suo sguardo si spostò verso il tavolo e notò una nuova figura appoggiata ad esso, con molta disinvoltura, quasi non curandosi dei discorsi degli altri. L’uomo aveva le mani e le gambe incrociate,poi sollevò le spalle ad un commento di Brad e invertì la posizione delle braccia, mostrando dei guanti neri. Il viso era familiare, capelli biondi, occhiali da sole……
“Hey Tu! Non sei quello che l’altro giorno ha sparato a me ed al mio compagno!” chiese il ragazzo.
Il silenzio cadde nella sala; tutti si voltarono verso Albert per udire la risposta; Wesker guardò attraverso gli occhiali da sole verso Carlos, rimanendo qualche istante immobile ad osservarlo, poi voltò la faccia e sbadigliò.
“Sto parlando con te! Sei sordo per caso?”
“Ho sparato a tante persone in questi giorni. Posso ricordarmi, secondo te, le facce di tutti? Inoltre se ti avessi sparato io non saresti vivo ora”
“Avevi molta fretta in quel momento. Forse hai preso male la mira”
“Può darsi, ma non mi importa ora. Ho altro a cui pensare”
“Senti biondo!Con chi credi di avere a che fare? Con il primo che passa per strada! Per tua informazione io sono un membro dell’U.B.C.S.” proseguì con tono sempre più minaccioso il giovane sodato.
“Veramente interessante! Questo cambia tutto! Ti prego di scusarmi…….” rispose Albert con aria alquanto strafottente.
Carlos, non vedendoci più dalla rabbia, si gettò contro l’ex capitano della S.T.A.R.S. prendendolo per il colletto e spingendolo contro il tavolo alle sue spalle; Wesker, preso alla sprovvista dal rapido movimento del giovane, fu quasi sul punto di perdere l’equilibrio e di cadere sul tavolo ma, immediatamente riprese il controllo della situazione e parlò nuovamente:
“Adesso mi hai veramente scocciato!” e mentre pronunciò queste parole, colpì con un gancio destro il mento di Carlos che volò per aria ricadendo diversi metri più in là.
“Wesker!” urlò Jill mentre l’uomo si avvicinava al sodato e gli sferrava un violentissimo calcio all’addome.
“Non osare colpire uno dei miei uomini” intervenne Mikhail puntando il suo fucile verso Wesker “non so chi tu sia ma non ti permettere di usare queste maniere con Carlos!”
Nel frattempo Oliveira riprendeva un po’ il fiato dopo la botta ricevuta, tossendo ripetutamente e toccandosi con aria addolorata il mento.
“Che tu sia maledetto! Bastardo!” disse con un filo di voce.
Wesker si girò verso di lui e con un sorriso di soddisfazione chiese a Carlos se ne avesse avuto abbastanza e se voleva tornare a fare il semplice soldato e non il rompiballe.
Brad si avvicinò ad Albert e gli consigliò caldamente di comportarsi meglio con i suoi nuovi compagni di avventura, ma come tutta risposta il capitano disse evidentemente molto seccato dall’intervento del pilota:
“Stai zitto Brad! Non mi pare di averti chiesto niente! So benissimo come devo comportarmi, non ho bisogno dei tuoi consigli! Ma nessuno deve osarsi di mettermi le mani addosso, chiaro?”
“Hai ragione, nessuno dovrebbe mettere le mani addosso ai propri compagni, ma non puoi negare che il tuo atteggiamento non è di grande aiuto in queste situazioni. Dovresti imparare a comportarti meglio con gli altri. Ricordatelo” intervenne Jill, con fermezza.
A differenza delle volte precedenti, Wesker non sembrò arrabbiarsi più di tanto per il rimprovero; Jill aveva una strana influenza su quell’uomo, e forse era una delle poche persone in grado di comunicare con lui in modo più che decente. Ciò era dovuto al grande “rispetto” che Albert provava per lei dal giorno dell’avventura della casa: era rimasto molto colpito dalle sue capacità di cavarsela anche in mezzo a situazioni impreviste, e a lui piacevano quel genere di persone. In fondo nella tenuta degli Spencer erano morti professionisti come Forrest, Enrico, Kenneth, ma lei ne era uscita sana e salva.Una donna!
“Chiedi scusa a Carlos”
“Adesso vuoi troppo, Jill! Il fatto che sia ancora tutto d’un pezzo e già una buona cosa per lui”
Carlos si era ormai rialzato e pensava tra sé e sé al colpo ricevuto: era stato di una forza micidiale! Lo aveva fatto letteralmente volare sbattendolo violentemente a terra; era troppo forte per essere opera di un essere umano; non voleva trarre conclusioni affrettate ma c’era qualcosa in quell’uomo che non quadrava: da dove proveniva tutta quella forza, e soprattutto perché si ostinava ad indossare occhiali da sole con quel buio. Si ricordava che al ristorante Jill aveva accennato al fatto che indossasse costantemente quel genere di occhiali, ma ora non ne vedeva la necessità.
“Cosa facciamo ora?” chiese Nicholai “Proviamo a suonare lo stesso le campane? Magari qualcuno in zona, sentendole, potrà soccorrerci”
“Fatica sprecata!” rispose Wesker.
“Tentar non nuoce! Le possibilità sono pochissime ma cosa potrebbe accadere, dovesse non funzionare cercheremo un’altra alternativa” aggiunse Leon.
“Leon non ha tutti i torti. Proviamo” disse Brad.
Mikhail aggrottò leggermente la fronte, l’idea non gli piaceva, aveva un brutto presentimento, ma prima che potesse esprimere questo sentimento Albert parlò nuovamente:
“Io la trovo una pessima idea. Inoltre ho un brutto presentimento”
“La smetta capitano” disse Rebecca, la quale continuava a dare del lei e del capitano nonostante quell’uomo le avesse sparato in pieno petto nella mansione “non potrà accadere nulla di preoccupante. Mettiamola ai voti”
L’idea di Leon trovò largo consenso fra i sopravvissuti, e per maggioranza si decise di fare quel tentativo. Gli unici a votare contro furono Wesker, il tenente Victor e Rebecca, senza sapere bene per quale motivo, ma fidandosi dell’istinto di Albert e della saggezza di Mikhail.
Il gruppo salì di corsa le scale della hall, aprì il portoncino che dava sulla balconata e si ritrovò di fronte alla “torre” vera e propria.
“Ok! Come raggiungiamo la campana adesso?” chiese Carlos osservando una porticina di legno posta a circa cinque metri d’altezza sulla facciata del campanile “quella porta è troppo alta per raggiungerla, neanche tentando di arrampicarsi sulla parete”
Mikhail osservava pensieroso il muro di fronte a lui, cercando in tutti i modi di trovare una soluzione a quel problema. Nessuno può essere così idiota da costruire una porta che da sul vuoto! Poi si avvicinò alla parete notando una piastra arrugginita con al centro una fessura; immediatamente tutto gli fu chiaro e non riusciva a capire come una tale banalità non gli fosse venuta in mente prima. Frugò nella tasca destra del pantalone e tirò fuori la chiave che aveva trovato nello scaffale della cappella, poi la inserì nella fessura e girò. Nonostante l’aspetto malandato, il meccanismo che era collegato alla serratura funzionò alla perfezione, facendo scendere da un’intercapedine del muro una scaletta che portava giusto al portoncino.
“ Stavamo per perderci in un bicchier d’acqua” disse il tenete sorridendo verso il resto del gruppo.
Wesker non sembrò molto contento di quel piccolo colpo di genio del soldato; per un attimo aveva sperato di poter evitare quell’inutile perdita di tempo e di abbandonare in breve tempo quell’edificio, ma nuovamente i suoi piani erano saltati. Jill notò l’espressione di Albert ma preferì non rivolgergli la parola, ritenendo inutile ogni tentativo di discorso, tuttavia non era tranquilla: Wesker forse aveva intuito un qualche pericolo che gli altri non vedevano, oppure desiderava solo sbrigarsi?
“Mi sembra inutile che tutti salgano” disse Nicholai “ è meglio che ci dividiamo: saliremo solo io ed il tenente, gli altri rimangano di guardia”
La proposta non trovò obiezioni e i due soldati raggiunsero la stanza della campana. Gli ingranaggi sembravano tenuti bene, tutto sembrava a posto. Mikhail premette il pulsante che attivava il complesso ma la campana non si mosse.
“Merda!” esclamò il tenente.
“Provi ad inserire questo pezzo agli ingranaggi” disse Nicholai porgendo al compagno una ruota dentata appoggiata su un tavolino poco lontano dalla campana.
I due spensero il congegno, inserirono il nuovo pezzo e premettero per la seconda volta il pulsante; questa volta la campana si mosse e il martello colpì il ferro dando origine ad un forte suono che rimbombò nella stanza;
“ Scendiamo ed aspettiamo”
I due membri dell’U.B.C.S. tornarono nuovamente sulla balconata assieme a tutti gli altri, tendendo l’orecchio e aguzzando la vista nel tentativo di scorgere la sagoma dell’elicottero che avrebbe dovuto portarli in salvo. Passavano i minuti ma tutto ciò che si sentiva era solo il suono ripetitivo della campana e la speranza nei superstiti cominciava a sparire, proprio come aveva pronosticato l’ex capitano della S.T.A.R.S.
Brad guardava il cielo sconsolato, appoggiato con le spalle al freddo muro del campanile, mentre con il braccio stringeva a sé Elza la quale aveva appoggiato la testa sul petto dell’uomo; Claire si era seduta sul pavimento e scambiava qualche parola con Rebecca, quasi non curandosi di quanto le accadeva attorno; Leon discuteva animatamente con Carlos su un eventuale piano di riserva attirando anche l’attenzione di Mikhail e di Nicholai; isolato dagli altri, come suo solito, stava Wesker, appoggiato alla ringhiera con lo sguardo che nervosamente passava da un punto all’altro del cortile della torre.
La campana smise improvvisamente di suonare. Wesker emise un profondo, preoccupato sospiro, poi invitò Jill con la mano ad avvicinarsi a lui; le indicò con il dito alcune vie nei pressi del monumento, poi le rivolse lo sguardo; la ragazza osservò attentamente i punti indicati dall’uomo e, sebbene fosse piuttosto buio le parve di scorgere qualcosa che si muoveva; dopo qualche istante ebbe una visione più chiara della situazione e assunse un atteggiamento alquanto preoccupato.
“Capisci adesso perché ero contrario a questa mossa? Sentivo che qualcosa non sarebbe andato nel verso giusto ma non riuscivo a capire cosa. Finalmente l’ho capito, ma temo che sia troppo tardi”
“Cosa intendi fare?” chiese Jill.
“Dobbiamo trovare al più presto una via di fuga, possibilmente senza farci notare”
“Farci notare da chi?” chiese il tenente Victor, il quale aveva notato il comportamento di Wesker e l’atteggiamento di Jill e si era avvicinato alla coppia.
“Da quei due là” rispose Albert indicando nuovamente col dito verso la strada.
Tutto il gruppo si avvicinò alla ringhiera guardando in direzione del braccio dell’uomo.
“Porca puttana! Porca miseria! Non qua” esclamò Brad.
“Cazzo, Cazzo, Cazzo, Cazzo, Cazzo, Cazzo!” gli fece eco Leon.
Wesker riprese nuovamente a parlare:
“Veramente una bell’idea quella di suonare le campane! Complimenti! Volevate attirare l’attenzione di un elicottero inesistente e invece l’unico risultato che avete ottenuto è stato quello di indicare la nostra posizione a Nemesis e MrX, e non solo secondo me. Gran bella mossa!”
“Non mi pare che tu abbia fatto molto per evitare questa situazione!” rispose irritato Carlos all’accusa del biondo.
“Non è il momento di litigare questo! Bisogna trovare una via d’uscita il più in fretta possibile. I due mostri sono ancora lontani, abbiamo un buon margine di tempo” disse Nicholai.
“ Dov’è finito il Nemesis?” urlò Elza “ è sparito!”
La motociclista aveva ragione. MrX avanzava verso la torre con la sua solita andatura lenta, distruggendo ogni ostacolo gli si parasse davanti. Invece l’altra B.O.W. non era più in strada e di lui si erano perse le tracce. Più volte gli occhi dei superstiti avevano percorso la zona in lungo e in largo, ma il mostro era scomparso.
“Dobbiamo allontanarci al più presto, quel maledetto potrebbe esser già arrivato Jill, Brad, Rebecca! Fate molta attenzione, lui cercherà solo voi e me, quindi non preoccupatevi degli altri ”
“C’è un’uscita sul retro. L’abbiamo vista prima io e Carlos mentre ispezionavamo l’ala destra della torre; c’è una campana posta a chiusura della porta, ma non dovremmo avere difficoltà a spostarla” disse Nicholai.
“Hai ragione! Mi pare che porti nei pressi dell’ospedale e del parco. Dobbiamo raggiungerla al più presto. Muoviamoci!” continuò Albert.
I dieci aprirono il portoncino che dava sul corridoio e percorsero correndo i pochi metri che li separavano dalle scale; in testa al gruppo c’era Mikhail seguito a ruota dal suo secondo Nicholai, chiudeva la fila Wesker, preceduto dall’altro superstite maschile della squadra speciale Brad.
“Di qua!”
Il tenente aprì la porta e si gettò dentro la stanza, imitato da Nicholai, Carlos, Elza e Albert che poi torno indietro; il resto del comitiva, invece, si fermò al suono di vetri infranti e al fragore provocato da qualcosa di pesante che cade al suolo, successivamente si udirono passi veloci avvicinarsi alla doppia porta che dava sulla hall.
“ Cosa aspettate! Andate subito via da qua! Quel maledetto ci ha trovati” urlò Wesker.
La porta si spalancò e una parola si udì distintamente.
“S.T.A.R.S.”
Il Nemesis irruppe nella hall continuando la sua corsa verso i superstiti che ancora non avevano seguito l’esempio di Carlos, colpendo violentemente Jill il pieno petto.
La ragazza cadde violentemente al suolo, spinta dall’enorme forza del braccio del mostro, urtando violentemente le testa contro lo scalino della grande rampa, senza tuttavia perdere conoscenza; l’ex poliziotta si toccò la nuca e notò che aveva cominciato a sanguinare; aveva anche un fortissimo dolore alla testa che le pulsava violentemente come se stesse per scoppiare; tentò di rimettersi il più velocemente possibile in piedi, ma la botta le aveva fatto perdere il senso dell’equilibrio e ricadde nuovamente sulle ginocchia. Il Nemesis, nel frattempo, le si stava facendo nuovamente incontro con la chiara intenzione di chiudere i conti con lei una volta per tutte, prendo il palmo della mano destra e mostrando uno strano tentacolo viola che sbucava fuori dalla manica del suo impermeabile nero.
Jill alzò lo sguardo ancora intontito e guardò verso il gigante che le si faceva incontro molto minacciosamente; tentò nuovamente di risollevarsi e di tentare un’improbabile fuga, ma cadde nuovamente al suolo stremata.
Il mostro la sollevò da terra col suo braccio sinistro sventolandola per aria quasi fosse una bandiera, poi caricò l’altro braccio per dare alla giovane il colpo di grazia; Jill strinse forte gli occhi per non vedere, sentendo ormai la morte al suo fianco, e aspettava di sentire il tentacolo della B.O.W. penetrargli nella carne da un momento all’altro, ma al contrario udì un tonfo sordo e si sentì nuovamente cadere per terra.
“ Grande Leon!” esclamò Vickers dalla parte opposta della stanza.
Leon, visto il grave pericolo che la fidanzata correva, aveva deciso di agire prese il Lanciamissili e fece fuoco su Nemesis liberando così la poliziotta dalla stretta letale.
“Non state impalati! Sparate!” disse poi Leon rivolto agli altri
In men che non si dica una raffica di colpi investì il mostro che cercava di rialzarsi, senza creare però grossi danni la gigante. La B.O.W. si rimise in piedi emettendo un forte suono, molto simile ad un ruggito di un leone, e riprese a dirigersi verso Jill, la quale sembrava essersi ripresa un po’ dalla botta.
I colpi sembravano quasi fare il solletico all’essere che avanzava indisturbato verso la sua povera preda, il suo corpo pareva non subire minimamente le pallottole che gli si conficcavano dentro; Claire, visto la nuova situazione di pericolo per Jill, si parò tra lei e il mostro, abbandonando la sua Beretta e imbracciano il più potente fucile Benelli; esplose due colpi: il primo centrò in pieno petto il mostro senza però frenarle l’avanzata, il secondo invece lo colpì sul volto, provocando un urlo di dolore del Nemesis che si coprì la faccia con entrambe le mani.
“ Sì!” disse la sorella di Chris stringendo il pugno; ma immediatamente la sua contentezza si tramutò in spavento quando il mostro, praticamente alla cieca, cominciò a correre verso di lei con fare alquanto minaccioso.
La B.O.W. sferrò un pugno che sibilò nell’aria, mancando però il bersaglio, poi ne sferrò un altro costringendo la ragazza ad un tuffo per evitare il colpo, un terzo pugno andò ad infrangersi sul pavimento della hall, sfiorando appena il corpo di Claire.
Nel mentre Leon si era avvicinato a Jill, l’aveva aiutata a riprendersi e le aveva fatto cenno di allontanarsi da quel posto e di tentare di raggiungere gli altri assieme a Rebecca.
“ Voi cosa farete?” chiese la ragazza.
“Tenteremo di tenere occupato ancor per un po’ il bestione. Poi vi raggiungeremo”
“Ma come pensate di sbarazzarvi di lui?”
“In un modo o nell’altro ce la faremo. Adesso vai"
Claire continuava ad evitare alla meglio i colpi dell’essere senza alcun aiuto da parte dei compagni in quanto, visti i suoi rapidi movimenti e quelli del nemico, era molto rischioso sparare.
Albert fece segno a Rebecca di seguire Jill e la ragazza ubbidì abbandonando la hall; nel frattempo il Nemesis stava mettendo sempre più in difficoltà la preda e la stava spingendo verso l’angolo per impedirgli ogni movimento; Claire sentì il muro dietro di sé e si accorse di essere davvero in grande difficoltà, ogni via di fuga le era stata chiusa e il mostro le si era parato davanti pronto a colpire.
Brad impugnò la magnum e sparò alla schiena dell’essere diversi colpi i quali dovettero far piuttosto male alla creatura visto il gemito che emise; il robusto corpo della B.O.W. aveva finalmente cominciato a cedere e si inarcò verso l’alto, lasciando la possibilità a Claire di levarsi dalla sua scomoda posizione; la ragazza sfruttò l’occasione propizia e si gettò oltre il nemico, senza riuscire però ad evitare l’ultimo fendente che le provocò una superficiale ferita sulla spalla.
Il Nemesis cadde a terra senza più rialzarsi; una grossa pozza di sangue viola si aprì sotto il suo mastodontico corpo ed una tremenda puzza invase la stanza.
Wesker si avvicinò a Claire e le osservò la ferita.
“ Tutto bene?” chiese guardando con attenzione la spalla della ragazza.
“Abbastanza. Ma la spalla mi fa molto male”
“Wesker divenne pensieroso poi continuò:
“Ti ha graffiato con il suo tentacolo?”
“ Penso di sì. Non ne sono sicura però, è stato tutto molto veloce. Perché me lo chiedi?”
“Ho paura che tu sia stata contagiata dal virus. Se così fosse hai le ore contate”
“Stai scherzando!” intervenne Brad.
“Ti sembro in vena di scherzi? Il Nemesis ha la facoltà di contagiare le sue vittime oltre che di ucciderle con la sua forza. La morte è più lenta, ma lui non rischia nulla. Le vittime poi si trasformeranno in morti viventi, molto più resistenti degli zombie normali”
“Ci deve essere una cura!” disse piangendo Claire “non voglio finire la mia vita in questo modo. Aiutatemi!”
“E’ possibile che l’Umbrella abbia a disposizione un vaccino contro questo virus, ma non ne sono certo. L’unica cosa certa è che se esiste allora l’unico posto dove trovarlo è l’ospedale. I laboratori sono nel piano interrato S3, se non li hanno spostati per qualche strano motivo”
“Dobbiamo andare a controllare” disse Brad.
“E’ troppo pericoloso. Potrebbero esserci molte creature in giro per l’edificio, e inoltre non siamo sicuri che esista una cura”
“Vi prego! Non abbandonatemi al mio destino. Non lasciatemi morire così. Perché sono venuta in questo posto?” continuò fra le lacrime la ragazza.
“Non ti preoccupare. Ti salveremo. Vero Albert?”
Wesker non rispose; un rumore di ferro attirò la sua attenzione, poi anche un rumore di passi.
“E’ arrivato anche MrX! Porca miseria. Senti Brad!” disse Albert al pilota portandolo in disparte “Tu e Claire raggiungete il resto del gruppo, non dovrebbero essere lontani. Io giocherò un po’ con MrX in modo distoglierlo dal seguirvi. Prendi quest’esplosivo e fai saltare il corridoio dietro di voi quando te ne vai. Se poi andate all’ospedale fate molta attenzione. Avete poco tempo. Nel caso non riusciste a trovare nulla di utile sparategli un colpo in testa prima che si trasformi completamente. Eviterete un sacco di problemi”
“Hai intenzione di rimanere qua? Sei un pazzo! Come speri di cavartela?”
“Bello! Non mi chiamo Brad Vickers ma Albert Wesker. Ho molte più risorse di quanto tu possa immaginare. Ora andate, ci beccheremo più tardi”
Il pilota aiutò la compagna a rialzarsi e assieme a lei attraversò la saletta che portava alla porta precedentemente aperta con la chiave chronos, mentre Wesker, aggiustandosi gli occhiali da sole si avvicinava al portone che dava sul cortile.
Il capitano attese qualche minuto di fronte all’entrata ancora chiusa, facendo molta attenzione ad ascoltare i movimenti della B.O.W. nel cortile; il mostro non sembrava intenzionato ad entrare nell’edificio, come se avesse intuito che qualcosa non andava, e passeggiava in lungo e in largo non lontano dalla porta.
All’improvviso si udì uno scoppio provenire dal corridoio appena percorso dai superstiti e il rumore di un crollo. Brad aveva eseguito gli ordini di Albert e aveva sbarrato la strada ad eventuali inseguitori. Per Wesker era giunto il momento di agire.
Aprì il portone e attirò verso di lui l’attenzione del gigante rivolgendogli qualche parola:
“Cretino! Cosa stai aspettando? Che qualcuno ti porti la cena? Divertiamoci un po’! Seguimi”
MrX osservò Albert per qualche istante poi si diresse verso di lui ad andatura lenta; l’uomo sorrise al movimento del gigante e con passo spedito uscì dal cortile della torre allontanandosi.
“Come stai?” chiese Brad a Claire.
“Sto abbastanza bene, non preoccuparti. Ho solo un leggero dolore alla spalla”
Brad stava sistemando le cariche come aveva ordinato Wesker, ma mentre preparava l’esplosivo non riusciva a togliersi dalla mente le ultime parole del capitano:
“…..Nel caso non riusciste a trovare nulla di utile sparategli un colpo in testa prima che si trasformi completamente….”
La ragazza non aveva udito ciò in quanto Wesker aveva avuto il buon senso di portare in disparte il pilota prima di dare tale consiglio, tuttavia Claire notava nel volto di Brad una forte preoccupazione. Il pilota si girò verso di lei, la guardò negli occhi per qualche istante, poi le fece cenno di allontanarsi; svoltarono l’angolo e si diressero verso la stanza dell’enigma del tempo. Un boato si udì alle loro spalle: l’esplosivo era saltato, ora era veramente impossibile tornare indietro.
“Sei veramente sicura di sentirti bene?”
“Sì! Cioè no. Non so bene! Comincio a sentirmi strana, non so spiegartelo, però non sento più alcun dolore, è grave?”
Ovviamente il ragazzo non poteva saperlo, ma la sua preoccupazione continuava ad aumentare; come era possibile pensare di poter sparare ad una così bella e giovane ragazza? Decise che era meglio non pensare a quella malaugurata ipotesi e cominciò nuovamente a correre per uscire da quel posto.
La campana di cui parlava Nicholai era appoggiata sulla parete in fondo ad una stanzetta e la porta che dava all’esterno era spalancata; i due entrarono in uno stretto vicolo che dopo pochi metri sbucava nella via che costeggiava l’ospedale di Raccoon e l’enorme parco; ad attenderli sulla strada c’erano tutti i compagni che non se l’erano sentiti di andarsene senza prima essersi ricongiunti.
“Come mai siete ancora qua? Non era pericoloso rimanere in zona con quegli esseri che girano?” chiese Brad.
Alla domanda del pilota rispose Jill, seduta sul cofano di una macchina a farsi medicare le ferite da Rebecca.
“Non avrai mica pensato che vi avremmo abbandonati qua da soli! Che amici saremmo?”
“Ma……”
“Poi siamo armati fino ai denti, non ricordi? Ne hanno fatto le spese questi zombie che vedi sparsi qua intorno. Anche se il Nemesis fosse riuscito ad arrivare fino a qua sarebbe rimasto esposto al nostro fuoco senza possibilità di movimento all’interno del vicolo, sfido chiunque a resistere a una potenza di fuoco così concentrata. Comunque se siete arrivati vuol dire che avete avuto la meglio, no? Dov’è Wesker?”
“Albert è rimasto dentro. Ha detto di andare, lui ci avrebbe raggiunto più tardi. Doveva tener a bada MrX ha detto”
“L’hai lasciato lì da solo?” chiese Rebecca.
“Quello ne sa una più del diavolo! Saprà cavarsela, e poi ho notato qualcosa di strano in lui. Il calcio…. Comunque il problema adesso è un altro, molto più grave..”
Prima di portare a termine il discorso, Claire, che era stata fino a quel momento appoggiata a lui, si lasciò cadere a terra svenuta. Il virus aveva cominciato a dare i suoi effetti.
“Claire è stata infettata dal Nemesis. Dobbiamo trovare l’antidoto o per lei sarà la fine”.
Capitolo 11
Rebecca stava osservando la compagna appoggiata sul cofano di una Golf mentre attorno a lei si discuteva il da farsi; la giovane non sembrava presentare altre ferite ad eccezione di quella sulla spalla, il volto era sereno ma si notava il sudore sulla fronte; il respiro era calmo e risultava difficile per Rebecca immaginare che il corpo che le stava davanti si sarebbe potuto trasformare in zombie.
“Cosa si fa allora?” chiese Jill “Non possiamo abbandonare Claire al suo destino”
“Jill ha ragione! Dobbiamo trovare un vaccino ed in fretta” aggiunse Brad.
Leon assentì col capo, imitato a sua volta da Elza.
“Sarebbe troppo rischioso!” intervenne Nicholai “ l’ospedale potrebbe essere una trappola mortale per tutti noi! Non possiamo rischiare di lasciarci tutti la pelle per tentare di salvare una sola persona”
“Cosa stai dicendo? Lei ha rischiato la vita per tenere a bada il Nemesis e tu vuoi lasciarla morire? Sei un uomo di merda!” rispose visibilmente nervoso il pilota della S.T.A.R.S., avvicinandosi minacciosamente al soldato.
“Non abbiamo tempo da perdere! Dobbiamo pensare a fuggire da questa città”
La situazione cominciava a degenerare e solo l’intervento di Mikhail evitò lo scontro fisico tra i due uomini.
“Smettetela entrambi!” tuonò il tenente “Stiamo perdendo tempo prezioso! Faremo come dico io! Ci divideremo in due gruppi; il primo andrà all’ospedale e tenterà di trovare una cura per la ragazza, il secondo si dirigerà verso la fabbrica dell’Umbrella dietro il parco nella speranza di trovare una via di fuga; sicuramente l’Umbrella avrà predisposto un maledetto qualcosa che permetterà di abbandonare senza rischi la zona. Ci terremo in contatto con la trasmittente mia e di Leon. Nel caso trovassimo qualcosa vi informeremo”
“Questo vuol dire che io dovrò andare all’ospedale?” chiese Leon al tenente.
“Mi pare ovvio. Sarete tu, Jill, Brad e Rebecca. Elza, Carlos, Nicholai e me andremo invece alla fabbrica. Qualcuno ha qualcosa da obbiettare?”
L’autorità e la sicurezza del tenente erano troppo grandi perché qualcuno osasse contraddirlo, pertanto il gruppo si divise e prese due direzioni opposte.
“ Dovrebbe bastare per ora” pensò fra sé e sé Wesker. Il capitano si voltò e vide l’enorme B.O.W. che si avvicinava con il suo classico lento passo travolgendo tutto quello che intralciava il suo cammino.
“L’Umbrella poteva certamente tirare fuori qualcosa di meglio dai suoi scienziati” continuò a pensare l’uomo mentre osservava la creatura e si teneva a debita distanza “ MrX è grosso e forte, ma è anche lento come una lumaca. Il T-001 di mia invenzione invece non solo era poderoso fisicamente ma era anche dotato di uno scatto fulminante; peccato sia finito distrutto in quel modo”
“Allora! Ci muoviamo sì o no? Vuoi che diventi vecchio ad aspettarti? Sai una cosa? Mi sono proprio rotto di aspettarti. Io ti lascio qua e me ne torno a portare a termine la mia missione. Pertanto ti abbandono” e così dicendo si voltò e cominciò a correre ad una velocità strepitosa e spiccando un salto sparì dalla vista del mostro dirigendosi verso gli stretti vicoli che incrociavano una delle tante strade in rovina di Raccoon, mentre MrX continuava imperterrito la sua marcia.
Leon usò il piccolo mangianastri che aveva trovato vicino al corpo di un medico morto per azionare il comando d’attivazione dell’ascensore che funzionava a riconoscimento vocale.
Fino a quel momento la situazione non si era presentata difficoltosa: il gruppo si era limitato a eliminare un piccolo gruppo di morti viventi che infestava l’atrio ed a spedire all’altro mondo un hunter già ridotto piuttosto male per i fatti suoi.
Trovare quell’ascensore ancora funzionate e il mangianastri con la voce del primario erano stati due colpi di fortuna veramente grossi, nonché un’iniezione di fiducia dopo aver costatato che tutte gli accessi ai piani superiori ed inferiori erano inutilizzabili.
I quattro entrarono nel piccolo ascensore e le porte si chiusero subito dopo.
“Dove si va ora?” chiese Leon osservando la pulsantiera di comando che mostrava ben sette interruttori “ Non possiamo girare tutti i piani dell’ospedale alla ricerca di qualcosa di utile”
“Albert ha parlato di alcuni laboratori al piano S3 ed ha detto che se esiste una vaccino l’unico posto per trovarlo è quello. Spero non si sia sbagliato” rispose Brad.
“E vada per il piano S3 e che Dio ce la mandi buona”
L’ascensore cominciò la discesa e sul led in alto apparvero uno dopo l’altro le indicazioni dei piani; arrivato a destinazione l’ascensore si arrestò con un piccolo scossone e le porte si spalancarono nuovamente e il gruppo uscì su uno stretto corridoio. Prima di avanzare Leon ascoltò attentamente se qualcuno o qualcosa si muovesse, nascosto tra la semioscurità dell’ambiente, ma il silenzio regnava tutto attorno. Su di un cartello appeso ad una parete Jill poté leggere un’indicazione beneaugurate “Laboratorio 2”. Arrivarono alla fine del corridoio e si trovarono di fronte una porta di ferro a sbarrare loro la strada; dalla finestrella che era presente sulla porta poterono scorgere un ampio locale con un bancone e delle sedie, una sorta di sala d’aspetto, alquanto insolita visto il tipo di posto in cui si trovava, ma ciò che turbò di più il gruppo era la presenza di una trentina di zombie che affollavano l’intero locale, intenti a divorare dei corpi accatastai sui lati della stanza.
“Sono troppi!” disse quasi rassegnato Brad “Le nostre munizioni non bastano a eliminarli tutti”
“Hai ragione! Ma cosa possiamo fare?” chiese Jill dando un’occhiata a Claire che era ancora priva di sensi tra le braccia del pilota.
“Lasciate fare a me!” disse Leon “A queste mezze seghe ci penso io. Voi allontanatevi”
Jill, Brad e Rebecca si guardarono stupiti poi Jill chiese:
“Cosa voi fare? Non vorrai fare cazzate? Non vedi quanti sono?”
“Tranquilla bellezza. Ho detto che ci penso io e ci penserò io, adesso allontanatevi”
I tre giovani e Claire con loro seguirono gli ordini del soldato e si rifugiarono nei pressi dell’ascensore con l’orecchio teso a sentire cosa stava accadendo: si udì la porta aprirsi e Leon incitare i morti viventi ad inseguirlo per qualche secondo, poi nuovamente silenzio interrotto dai lamenti degli zombie,
“Cosa fa quell’idiota?” Chiese Rebecca.
"Finiscila!Stai parlando del mio ragazzo!"
Un rumore metallico attirò l’attenzione dei tre, poi si udì la porta chiudersi e Leon apparve dal fondo del corridoio correndo a perdifiato.
Poco dopo una boato fece tremare il muro su cui erano appoggiati e un polverone si sollevò oscurando per qualche istante la vista.
Leon si rimise immediatamente in piedi e sorrise ai compagni i quali corsero ad osservare cosa era successo: la porta di ferro era staccata ed appoggiata per terra, tutt’attorno le macerie avevano riempito il pavimento, il locale degli zombie era devastato ed i corpi erano sparsi qua e là, in gran parte ridotti a brandelli, solo qualche non morto era sopravissuto all’evidente esplosione, verso il fondo della stanza ma presto raggiunsero il resto dei compagni.
Osservando le facce stupite dei compagni Leon parlò spiegando in poche, concise parole la situazione: “ Visto cosa possono fare le granate della Polizia? Sono dei figli di puttana ma con le armi ottimi. È bastata una granata per eliminare ogni problema”
“Davvero un ottimo lavoro Leon, ma ora pensiamo a trovare il vaccino” disse con un sorriso Brad avvicinandosi alla portone blindato che dava l’accesso ai laboratori veri e propri.
Il pilota abbasso con decisione la maniglia e la tirò verso di sé ma la porta non si aprì: era chiusa a chiave.
Vickers diede diversi strattoni all’apertura ma fu tutto inutile; la porta era troppo spessa per essere abbattuta a spallate o essere forzata in altro modo; un impeto di nervoso assalì il pilota che sferro un potente calcio alla base facendo risuonare nell’aria un sordo rumore.
“Leon! Hai con te altro esplosivo?”
“Era l’ultimo, mi spiace…”
Rebecca si avvicinò ad una bacheca rimasta miracolosamente intatta e cominciò a leggere alcuni fogli appesi, tanto per passare il tempo. Uno di questi portava la data del 27 settembre, il giorno precedente al loro tentativo di fuga, anzi due giorni prima dato che ormai era all’incirca l’ 1:00 del 29. La ragazza continuo a leggere:
Avviso ai ricercatori dello staff
Vista la situazione di emergenza che si sta venendo a creare nell’ospedale il direttore Luis Maderth ha deciso di chiudere l’accesso a tutti i laboratori sotterranei che verranno sigillati a tempo indeterminato. Le chiavi d’accesso saranno custodite nella cassaforte della stanza del direttore al piano 3°. Per eventuali esigenze di accesso ai laboratori rivolgersi al dott Regis.
La direzione
“Ragazzi! Leggete qua!” urlò Rebecca ai compagni d’avventura “Abbiamo ancora qualche speranza”.
Preso atto della situazione, il gruppo decise di dividersi ulteriormente in due: Rebecca, Brad e Claire sarebbero rimasti nei sotterranei, vista la situazione della ragazza ferita, mentre Jill e Leon sarebbero andati alla ricerca della cassaforte e della chiave.
Il cancello del parco era chiuso da una semplice serratura e non fu molto difficile per Nicholai riuscire a sbloccarla e spalancare il portone; Il parco era in condizioni disastrose, ovunque regnavano il disordine e le macerie e il laghetto che fronteggiava l’entrata emanava un odore maleodorante di carne in putrefazione.
Michail indicò una scalinata sulla sua destra e cominciò a correre in quella direzione quando un grido attirò la sua attenzione; si voltò e vide Elza divincolarsi freneticamente cercando di levarsi di dosso qualcosa; Carlos le si avvicinò e con un colpo secco con il calcio del fucile fece cadere dalle spalle della ragazza una strana creatura, simile ad un serpente o ad un’anguilla, dallo strano colorito verde giallino.
“Che diavolo è?” chiese Elza.
“Non so, ma non è il solo”
Dal laghetto cominciarono a saltare fuori decine e decine di queste creature che si diressero verso i quattro.
“Muoviamoci” gridò il tenente “allontaniamoci da questa zona” e si buttò a capofitto giù dalle scale che conducevano ad una passerella che correva sopra un altro laghetto.
Ad attendere i quattro c’era una coppia di zombie, un uomo ed una donna in avanzata condizione di decomposizione, e numerose delle creature che avevano incontrato prima; il tenente avanzò velocemente sulla passerella spingendo in acqua l’uomo e a terra la donna che tentò di afferrare le caviglie di Nicholai che la raggiunse poco dopo, ma senza successo. Aperto un portoncino il gruppo entrò in quello che un tempo era il “sentiero degli innamorati”, chiamato così perché le giovani, e non solo, coppie di fidanzati si scambiavano “coccole” e “bacetti” camminando in quel luogo o all’ombra in qualche panchina. In quel momento il sentiero era in pessime condizioni, non tanto per l’invasione dei morti viventi quanto per i lavori di ristrutturazione che il comune aveva intrapreso per l’abbellimento del parco ed in contemporanea per manutenzione della fabbrica dell’Umbrella che fiancheggiava il giardino.
Michail conosceva la zona in quanto l’aveva studiata sulle mappe della città fornite dalla società e sapeva che mon molto distante avrebbero trovato un’entrata secondaria al complesso della società farmaceutica, una sorta di scorciatoia utilizzata dai dipendenti per raggiungere più velocemente la stazione degli autobus, e quell’uscita dava proprio sul sentiero degli innamorati.
Il tenente, avendolo tutti raggiunto, avanzò lungo il ciottolato per qualche passo, poi la mano del secondo soldato lo fermò; Nicholai indicò al suo superiore con il dito della mano destra una direzione e il tenente imbracciò il suo fucile d’assalto.
Nel silenzio si potevano udire passi leggeri, non certo umani, e numerosi.
“Devono essere dei maledetti cani, e sono una decina!” disse sottovoce il soldato dai capelli bianchi” Cosa facciamo?”
“Li affrontiamo! Non abbiamo altra soluzione”
Il volto di Nicholai espresse perfettamente il suo stato d’animo: stavolta sarebbe stata molto dura.
Jill e Leon avanzavano affiancati lungo i corridoi del terzo piano, attenti ad ogni piccolo rumore che poteva rivelarsi fonte di importanti informazioni. Il corridoio pareva deserto, come il resto della clinica, ma lo spavento che aveva preso i due giovani appena raggiunto il piano li aveva resi molto guardinghi: non appena avevano abbandonato Claire, Brad e Rebecca nella sala d’attesa i due avevano ripreso l’ascensore per raggiungere la stanza del direttore; il mezzo aveva cominciato a risalire l’ospedale raggiungendo dopo qualche istante il piano 3°, poi le porte si erano spalancate su un corridoio simile a quello del piano S3 e a Jill, che stava giusto sulla porta, si raggelò il sangue quando si ritrovò a mezzo metro circa da un possente hunter, appostato giusto davanti alle porte dell’ascensore; fortuna volle che Leon stesse impugnando il suo fucile per un controllo e con un tempo di reazione prossimo allo zero fece fuoco sulla creatura, impedendole di utilizzare i suoi artigli sulla ragazza, immobilizzata dallo spavento.
“La stanza è questa” disse Leon indicando una porta sulla sua destra “Entriamo!”
Il poliziotto spalancò di colpo la porta e puntò l’arma verso l’interno senza far fuoco.
“Non c’è nessuno” disse rivolgendosi a Jill ed entrò; non appena ebbe superato la soglia, dall’oscurità un uomo in camice bianco gli si gettò contro tentando di mordere il giovane sul collo, ma nonostante la presa fosse forte il membro dell' R.P.D. riuscì a scaraventarlo per terra e la compagna lo finì senza pietà.
“Molto pericoloso per essere un nessuno” disse Jill esaminando il corpo.
“Lasciamo perdere le battute e cerchiamo la chiave”
Quest’uomo è Regis, dev’essere morto da poco a giudicare dal suo stato, forse è per questo che è riuscito a tendere una trappola, la sua intelligenza non era ancora andata a farsi fottere del tutto”
“Cerca la combinazione nelle sue tasche” rispose Leon un po’ stizzito mentre con la mano azionava l’interruttore della luce “ Ma dov’è la cassaforte? Non la vedo in giro”
Jill alzò lo sguardo ed esaminò velocemente l’ambiente, poi, continuando a frugare il corpo del dottore rispose:
“Prova dietro il quadro dietro la scrivania, è un classico”
“Ma figurati se qualcuno mette la cassaforte ancora in questi posti, non guardano i film”
Il ragazzo sollevò il piccolo quadro sopra la poltrona e come volevasi dimostrare una piccola cassaforte nera apparve sotto i suoi occhi.
Jill sorrise al compagno e aggiunse “ Non è una cassaforte per gioielli o roba del genere, non ha senso tenerla nascosta chissà dove. Comunque questo Regis non ha nulla di interessante, dovremmo arrangiarci in qualche altro modo”
“Bene! Come intendi aprire questo affare?”
“Lascia fare a me!”
Jill si avvicinò alla cassaforte scostando il compagno, poi cominciò ad armeggiare sotto l’attento sguardo di Leon e dopo poco più di mezzo minuto lo sportellino si aprì ed un mazzetto di chiavi finì tra le mani della ragazza.
Notando lo sguardo stupito del poliziotto Jill sorrise nuovamente e disse:
“Una donna può tutto, basta che lo voglia”
Leon la osservò in silenzio come per dire “non diciamo cazzate!!” poi aggiunse “ Bellissima e bravissima, la donna giusta per me” accarezzando il volto della giovane.
“Dici sul serio?” rispose Jill posando la sua mano su quella dell’uomo.
“Certo. E non sai quante altre vorrebbero essere al tuo posto. Tutte le donne sono pazze di me?”
“Davvero?” continuò sorridendo la ragazza, carezzando la mano di Leon "Allora sei mio!" disse in tono indiavolato e lo baciò per quattro minuti consecutivi, il fatto era di gradimento a Leon che cominciò a toccare i capelli di Jill.
“ Già di ritorno, signore?” disse il pilota dell’elicottero rivolto a Wesker “non ha trovato nessuno?”
“Non è il momento di fare domande questo! Muoviti a partire, direzione ospedale, il più in fretta possibile”
Il capitano si accomodò sul seggiolino accanto al pilota osservando i preparativi dell’uomo, con lo sguardo stranamente preoccupato, diversamente dal solito.
“Muoviti!Abbiamo molta fretta” aggiunse controllando l’orologio.
L’elicottero si sollevò da terra e cominciò a percorrere lo spazio che lo separava dall’ospedale.
Capitolo 12
I quattro erano stretti l'un l'altro nel tentativo di difendersi meglio dagli attacchi dei cani; per loro fortuna non tutto il gruppo di animali si era scaraventato all'attacco, ma solo quattro dei temibili zombie dog, probabilmente perché gli altri erano stati attirati non troppo lontano da un rumore di passi.
Mikhail aveva esploso due proiettili del Benelli colpendo in pieno viso uno dei cani che era stramazzato al suolo fra gemiti di dolore; Elza, invece, aveva sprecato diversi colpi di pistola riuscendo solo in parte a fermare lo slancio di un secondo cane che venne, per sua fortuna, steso da una scarica di proiettili provenienti dal fucile di Nicholai.
Rimanevano ormai solo due cani da affrontare, due cani che si erano fermati ad una decina di metri dal gruppo e avevano cominciato a fissare le proprie prede; all'improvviso si udì il suono di una rete metallica che si rompe e poco dopo lamenti di cani.
"Che diamine…….." disse Carlos.
Il soldato cercò di guardare il più lontano possibile nel tentativo di scoprire cosa avesse provocato quei rumori. La risposta non si fece attendere: dall'oscurità apparve come una montagna un nuovo MrX che si dirigeva nella sua direzione.
"Porca miseria!!!!!" dissero all'unisono sia Elza che Mikhail alla vista della B.O.W.
I due cani che in un primo momento avevano puntato i quattro superstiti rivolsero la loro attenzione al nuovo arrivato e cominciarono a ringhiare minacciosamente contro di lui; non appena il tyrant si avvicinò, i due animali gli si scagliarono addosso ma, con un rapido gesto del braccio, MrX gli scaraventò al suolo uccidendoli all'istante.
Mikhail indicò il portoncino in ferro che portava alla fabbrica in cui dovevano entrare secondo il programma e cominciò a correre in quella direzione, seguito a ruota dai compagni di avventura; giunti di fronte, all'apertura i quattro ebbero una brutta sorpresa: la porta era stata chiusa con un lucchetto.
"Cosa si fa ora?" chiese Elza visibilmente preoccupata.
"Dobbiamo forzarla!" rispose Nicholai dando una rapida occhiata alla serratura e una a MrX che lentamente, come il suo solito, si avvicinava a loro.
Il soldato estrasse da una fondina una magnum e, fatti allontanare tutti, esplose in rapida successione tre colpi che riuscirono a sbloccare la serratura. Il gruppo attraversò l'apertura quando MrX distava ormai meno di tre metri, correndo a perdifiato lungo scale di legno e successivamente lungo un piccolo ponte sospeso fatto di corde e di assi di legno. Le assi scricchiolarono sotto il peso dei quattro che in breve tempo giunsero sulla sponda che dava su un ingresso secondario della fabbrica, mentre il tyrant percorreva a passo lento il ponte.
Giunto più o meno a metà, il gigante cominciò inspiegabilmente a barcollare e qualche istante dopo le assi che lo sorreggevano andarono in frantumi facendolo cadere sulle rocce sottostanti dove rimase immobile come se privo di vita. Evidentemente il ponte, ormai marcio, non era abbastanza resistente per sostenere una massa tanto pesante.
Dopo una rapida occhiata al corpo della B.O.W., il gruppo entrò all'interno dell'edificio nella speranza di dover aver più a che fare con il mostro e di trovare al più presto una via di fuga.
Il laboratorio non era grande quanto Rebecca si aspettasse ed era, inoltre, alquanto disordinato: per terra si potevano notare tracce di liquidi di diversi colori ormai seccati, soprattutto in prossimità della porta d'uscita, fogli di appunti sparsi sul pavimento, cestini dei rifiuti rovesciati, il tutto chiaramente dovuto all'abbandono senza preavviso e di gran fretta. Tuttavia, ad una prima occhiata, i macchinari sembravano integri e pronti a funzionare.
Come aveva predetto Wesker, il laboratorio era attrezzato per la sintetizzazione del vaccino contro gli effetti di zombificazione, perfettamente efficiente purché preso in tempo. Il gruppo era venuto a conoscenza di tutte le informazioni riguardanti il vaccino grazie ad uno dei quaderni di un ricercatore appoggiato sulla scrivania, situata dalla parte opposta a quello che si era rivelato lo strumento necessario per la creazione del prodotto. Lo aveva trovato Brad frugando tra le numerose carte che coprivano per intero il piano del banco ed immediatamente lo aveva consegnato all'unico membro con un po' di esperienza nel campo scientifico, Rebecca, nella speranza che potesse indicare la cura per Claire.
Leggendo tra le righe scritte a computer del quaderno, la giovane poliziotta scoprì che il virus che aveva contagiato Claire era leggermente diverso da quello che aveva infettato il resto della popolazione di Raccoon; frutto di uno studio ordinato dalla casa farmaceutica, il G-Virus era un'evoluzione del T-Virus, molto più potente del predecessore ma estremamente più lento nell'agire nel corpo dell'infettato: se bastavano pochi minuti perché un malcapitato, morso anche lievemente da uno zombie, si trasformasse a sua volta in una creatura affamata di carne umana, era necessaria più di un'ora affinché Claire si trasformasse in morto vivente.
Erano già passati quarantacinque minuti da quando la ragazza aveva abbandonato la Torre dell'Orologio e non avevano molto tempo per preparare la cura, anche perché la povera sorella di Chris, che ancora giaceva in stato di incoscienza, aveva cominciato visibilmente a sudare ed a emettere sommessi gemiti che non lasciavano presagire nulla di buono.
"Qualcuno accenda il generatore di corrente" disse con tono autoritario Rebecca rivolgendosi ai compagni.
"Dove?" chiese Brad dando una rapida occhiata all'ambiente circostante.
"Ecco qua!" si affrettò a dire Jill mentre abbassava una leva su di un muro "Dovrebbe essere questa"
Una miriade di spie luminose si accesero sul sintetizzatore, segno che il macchinario doveva funzionare ancora. Rebecca cominciò ad armeggiare sui comandi tenendo sott'occhio il quaderno del ricercatore e seguendo fedelmente quanto riportato sulle istruzioni.
La ragazza inserì su di un buco a forma circolare un contenitore che aveva trovato precedentemente in una cella frigorifera, etichettato con la sigla UMGP1, che conteneva la prima parte del vaccino.
Il macchinario cominciò a svolgere il suo lavoro in automatico emettendo di tanto in tanto rumori di vario genere; una luce bianca apparve sul display di destra. Rebecca inserì un secondo contenitore ed il processo si riavviò da capo.
"Brad! Guarda queste creature" disse Leon indicando due contenitori posti proprio al centro del laboratorio pieni di un liquido azzurro.
"Assomigliano agli hunter che gironzolano per le vie della città" osservò il pilota "ma sono più piccoli".
"Saranno nuovi modelli. Quei bastardi dell'Umbrella sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, come se non gli bastasse tutto il casino che hanno piantato"
"Ecco fatto!" disse Rebecca quando si accorse che tutte le luci bianche sul display erano accese e il sintetizzatore aveva espulso un nuovo contenitore con all'interno un liquido azzurrognolo.
La ragazza si affrettò ad afferrare tutto l'occorrente e corse dalla compagna svenuta, temporaneamente appoggiata sul piano della scrivania; attorniata dai compagni l'infermiera iniettò nel braccio di Claire il vaccino e attese qualche istante: i gemiti cessarono quasi subito e il viso della ragazza assunse immediatamente un colorito più "da vivo", ma furono necessari diversi minuti perché Claire riprendesse conoscenza.
"Come stai?" chiese Jill con un tono di voce molto gentile.
"Ho un gran mal di testa! Ma per il resto mi sento a posto, almeno penso" rispose Claire toccandosi le tempie con le dita.
Immediatamente tutti i giovani l'abbracciarono, contenti di averle salvato la vita. Leon prese la radio e tentò di stabilire un collegamento con l'altro gruppo per informare della guarigione della ragazza.
"Tenente! Mi sente? Sono Leon. Abbiamo trovato il vaccino e abbiamo constatato che funziona. Adesso abbandoneremo l'ospedale e vi raggiungeremo alla fabbrica"
"Molto bene!" rispose Mikhail, ma aggiunse "Abbiamo avuto a che fare nuovamente con MrX. L'abbiamo sconfitto ma il passaggio che porta alla fabbrica, attraverso il parco non è utilizzabile ora"
"Merda……. Vorrà dire che troveremo un'altra via. In caso di novità vi richiameremo"
"Ricevuto. Passo e chiudo"
Rebecca mise nel suo marsupio quel che rimaneva del vaccino, nel caso fosse servito in futuro, e si avvicinò alla porta pronta per abbandonare il laboratorio, quando le creature nei contenitori cominciarono a muoversi e a colpire il vetro che le imprigionava nel tentativo di liberarsi.
"Muovetevi!" urlò Leon ai compagni che lo seguivano.
Uno ad uno i cinque giovani uscirono dalla stanza ed il membro della R.P.D. chiuse alle sue spalle la porta blindata proprio mentre uno degli hunter che si erano liberati stava per scoccare uno dei suoi pericolosi fendenti sul corpo del giovane; gli artigli del mostro graffiarono il ferro emettendo un fastidioso rumore, ma la porta non riportò danni visibili. Gli hunter erano rimasti chiusi in laboratorio e, a meno di strane sorprese, sarebbero morti di fame là dentro.
Jill si affrettò a raggiungere la sala d'attesa, seguita dal resto del gruppo, poi proseguì di corsa verso l'ascensore; le porte si aprirono di fronte alla ragazza e in men che non si dica i cinque entrarono nella stretta cabina e premettero il pulsante indicante il piano terra: il desiderio di abbandonare quell'edificio era cresciuto sempre di più.
In breve tempo l'ascensore raggiunse la destinazione e Leon corse deciso verso la porta che dava sull'atrio dell'ospedale girando di scatto la maniglia, ma non aprì la porta perché un suono di vetri infranti lo fece arrestare; immediatamente dopo si poterono udire pesanti passi provenire dall'atrio e una parola che nessuno avrebbe voluto sentire in quel momento
"S.T.A.R.S."
"Dio mio!" disse Jill visibilmente in preda al panico "Non ora! Ad un passo dal fuggire da questa maledetta città"
"Di là!" indicò Brad puntando il dito verso una seconda porta.
Tutti i giovani seguirono l'indicazione dell'uomo e si gettarono di corsa oltre l'uscio trovandosi in un lungo corridoio sul quale si affacciavano rampe di scale che probabilmente portavano ai piani superiori. La speranza era che il Nemesis non si fosse accorto della loro presenza, permettendo loro di trovare una via d'uscita alternativa; Leon aveva fatto attenzione a non provocare alcun rumore nel rilasciare la maniglia, sebbene avesse agito in grandissima fretta.
"Adesso cosa si fa?" chiese Claire che si era ormai completamente ristabilita.
"Si sale!" rispose prontamente Leon
"Ma così rischiamo di metterci in trappola da soli!" continuò Rebecca.
"Qualcuno ha una soluzione migliore? Possiamo affrontare Nemesis, ma non mi sembra una bell'idea" aggiunse nuovamente Leon.
Ad un tratto la ricetrasmittente cominciò a funzionare e il soldato si affrettò a rispondere.
"Tenente!"
"Non sono il tuo tenente! Sono Wesker!"
"Ma cosa……".
"Lascia perdere le spiegazioni! Siete ancora all'ospedale?"
"Sì signore. In compagnia del mostro!"
"Nemesis? Porc……. Sentitemi bene! Dovete raggiungere il tetto dell'edificio, nella zona adibita all'atterraggio degli elicotteri. Io vi aspetterò là".
"Agli ordini".
Leon non aveva mai avuto grande stima di Wesker, soprattutto dopo lo scontro sulla torre dell'orologio, ma in quel momento sentire la sua voce fu il regalo più bello che avesse mai ricevuto.
"Muoviamoci!".
Forse per via della stanchezza, forse per la foga di arrivare, i tre piani di scale sembravano non terminare mai, tuttavia il fatto di non sentire i passi della B.O.W. dietro di loro contribuiva a accrescere le speranze di salvezza.
Giunti all'ultimo piano si trovarono di fronte ad un portoncino che comunicava col tetto, chiuso.
Brad tento di forzare la serratura con la forza ma non vi riuscì e tentare di sfondarlo a spallate era inutile in quanto la porta si apriva verso l'interno; all'improvviso sentirono una sorta di ruggito provenire dalle scale: in un modo o nell'altro il Nemesis li aveva individuati ed aveva cominciato a correre per le scale.
"Jill! Non riesci ad aprirla?" chiese Leon.
"Ci vorrebbe troppo tempo!" rispose la ragazza imbracciando il fucile e preparandosi all'ormai inevitabile, e forse ultimo, scontro col tyrant.
All'improvviso il portoncino si spalancò, sfondato da un calcio, e apparve dalla parte opposta l'inconfondibile sagoma di Wesker.
"Muovetevi! L'elicottero vi sta aspettando! Al gigante ci penso io, definitivamente!"
I cinque non si fecero ripetere l'ordine due volte e corsero dentro il mezzo accomodandosi sulle panche, mentre il pilota, non appena Wesker gli fece segno si sollevò di qualche metro, pronto ad allontanarsi.
Il capitano si era posto ad una decina di metri dal portoncino attendendo con impazienza l'arrivo del Nemesis; la B.O.W. non si fece attendere e apparve con tutta la sua stazza di fronte a lui.
Non era più come Wesker l'aveva visto l'ultima volta alla torre: l'abito di pelle nera era ridotto ormai a brandelli e la carne rossa grigiastra dell'essere era ora ben in vista; a completare il tutto c'erano quattro lunghi tentacoli rosa che spuntavano dalla schiena e che il mostro faceva muovere nell'aria, come per catturare qualcuno.
Il mostro urlò nuovamente, come per caricarsi, ma il capitano non si scompose minimamente.
"Non ho troppa voglia di giocare adesso, quindi facciamola finita subito"
Così dicendo impugnò un M66, vecchio ma affidabile lanciamissili, e lo puntò verso il nemico che aveva cominciato a correre nella sua direzione.
Il proiettile esploso dall'uomo colpì l'essere in pieno petto facendolo barcollare indietro, ma non fu abbastanza potente da stenderlo al suolo.
"Sei duro a morire?"
Un secondo colpo investì Nemesis, facendolo ruzzolare a terra e privandolo di tre dei suoi tentacoli. La B.O.W. attese qualche istante e si rialzò, avanzando barcollante verso l'uomo.
"Devo dire che l'Umbrella ha fatto molti passi in avanti da quando sono andato via. Per il mio tyrant era bastato un misero colpo. Ma adesso è veramente ora di finirla!"
Dall'M66 partirono due colpi in successione che colpirono la bioarma e che sollevarono un polverone che offuscò la vista per qualche istante; non appena la polvere si diradò, Wesker osservò il corpo del Nemesis sparpagliato per il tetto, ridotto ormai a fumanti brandelli: la bioarma più potente dell'Umbrella era stata distrutta per mano sua e Wesker non poté trattenere un sorriso di soddisfazione.
Con un gesto della mano avvisò il pilota di tornare a prelevarlo; la sua missione era completata: i membri superstiti della S.T.A.R.S. rimasti a Raccoon erano stati prelevati e non rimaneva altro da fare che abbandonare il più in fretta possibile quel posto maledetto. Qualche ora ancora e di quella città non ci sarebbe rimasto nulla oltre che un cumulo di macerie.
L'elicottero si avvicinò ad un'altezza tale da permettere a Wesker di balzare all'interno senza problemi, poi si risollevò e si allontanò definitivamente dall'ospedale di Raccoon City.
Capitolo 13
Jill aveva appoggiato la testa sul finestrino alle sue spalle, godendo per qualche istante per la frescura del vetro; per la prima volta da qualche giorno a quella parte era veramente al sicuro, senza più l’assillo degli zombie e delle altre creature della città. Si voltò ad osservare gli edifici dall’alto e notò quanto fosse ancora illuminata Raccoon, poi, incrociando lo sguardo di Brad, gli sorrise.
Libera! Finalmente.
Wesker era seduto accanto al pilota in silenzio e guardava di tanto in tanto l’orologio. Jill lo fissò per diversi istanti chiedendosi se era lecito per loro fidarsi di lui; dopotutto era pur sempre il bastardo che non aveva avuto pietà per i suoi colleghi alla tenuta degli Spencer, eppure lei era sicura che questa volta non avrebbe avuto sorprese dal suo ex capitano. Sorprese negative, ovviamente: il solo fatto di averlo rincontrato e di essere stata aiutata da lui era qualcosa di totalmente inaspettato.
“Dove stiamo andando, Wesker?” chiese Leon avvicinandosi all’uomo.
“Dove vuoi che stiamo andando? Il più lontano possibile da questo maledetto posto”
“E gli altri? Mickail, Nicholai, Carlos, Elza? Non vorremo abbandonarli ora?”
“Mi spiace per i tuoi amici, ma non abbiamo tempo di pensare a loro”
“Cosa significa che non abbiamo tempo per pensare a loro?” intervenne Brad visibilmente irritato “non ho nessuna intenzione di lasciare Elza in questa città!”
“Brad ha ragione!” disse Claire “è nostro dovere aiutarli”
“Voi siete tutti pazzi!” rispose Albert “Non possiamo atterrare nuovamente! All’alba la città verrà rasa completamente al suolo”
“Cosa stai dicendo…?”
“Hai capito bene, Brad! Il governo ha deciso di distruggere Raccoon City per disperdere il virus. Entro l’alba un missile a testata nucleare raggiungerà la nostra cittadina e “BOOM”, nulla rimarrà a ricordo di questo incidente”
Per qualche istante nessuno proferì parola; la notizia aveva turbato un po’ tutti. I ragazzi si guardarono l’un l’altro in silenzio, poi toccò a Jill parlare:
“Andiamo a prendere gli altri!”
“Ma che cazzo è questo?” chiese Carlos osservando l’enorme apparecchiatura di controllo che gli era davanti.
“A occhio e croce direi un apparecchio per il controllo dell’acqua” rispose Mikhail osservando più da vicino l’aggeggio “Il problema adesso è scoprire come funzione e se può esserci utile”
Il gruppo aveva girato in lungo e in largo l’intero stabilimento alla ricerca di una via di fuga dalla città, un mezzo di trasporto o qualcosa di simile. Purtroppo le ricerche si erano fermate ad un punto morto. Dopo aver dato nuovamente corrente all’intero edificio, i quattro si erano imbattuti in due porte sbarrate: la prima, secondo lo schema che Elza aveva trovato su un muro, doveva portare alla torretta di controllo mentre la seconda a quello che doveva essere un inceneritore. Entrambe le porte erano chiuse: la prima da una spessa saracinesca sbloccabile grazie ad un tesserino magnetico, la seconda era semplicemente bloccata da una serratura non scassinabile ed aveva affianco un led giallo. Data l’impossibilità di proseguire lungo le due vie, Nicholai aveva proposto di cercare nei piani sotterranei e così si erano ritrovati nella stanza di controllo dell’acqua della cisterna.
Ad un tratto un rumore di passi attirò l’attenzione del quartetto; in pochi istanti tutti presero posto dietro un grosso bancone al centro della stanza, con l’intento di osservare il nuovo arrivato senza essere visti.
Dalle scale apparve, per la sorpresa di tutti una giovane donna sulla ventina, vestita con un abito da sera rosso e con delle graziose scarpine, non molto adatte alla situazione; nella mano sinistra la ragazza teneva una Beretta mentre la destra stringeva un campione di acqua, a quanto parve di capire ad un primo sguardo.
Nicholai attese che la donna gli si avvicinasse e gli voltasse al tempo stesso le spalle, poi le si avvicinò puntandole la pistola sulla nuca.
“Chi sei? Cosa ci fai qui? Non fare scherzi o sarà peggio per te! Lascia la tua arma”
La ragazza rimase immobile per qualche istante, poi resasi conto di essere in netta inferiorità numerica seguì il comando del soldato e appoggiò sul bancone la sua Beretta.
“Cosa volete da me?” disse la giovane con una voce calda e sensuale “Io voglio solo scappare da questo posto, nulla di più”
“Anche noi lo vogliamo!”
“E allora lasciatemi! Sono ad un passo dal mio obiettivo. Non potete fermarmi proprio ora”
Mikhail fece un segno a Nicholai, il quale immediatamente abbassò la sua arma allontanandosi dalla nuova arrivata.
“Sai come uscire da qui?” chiese Carlos.
“Penso di sì! Devo trovare la tessera magnetica per sbloccare una saracinesca che conduce alla torretta. Una volta là non dovrebbe essere difficile raggiungere l’elicottero di sicurezza dell’Umbrella.Prima però devo sbloccare un’altra porta grazie a questo macchinario. Lasciatemi qualche minuto”
La sicurezza che ostentava la donna colpì particolarmente Elza: le sembrava tutto così semplice e palese, come se si trovasse all’interno di un videogioco e non in una realtà piena di morti viventi e pericolose creature. Elza la osservava molto attentamente mentre con le dita sottili e affusolate premeva qua e là i tasti dell’apparecchio e mentre osservava con attenzione un piccolo schermo di fronte a lei.
Dopo circa due minuti la ragazza fece un piccolo gesto di esultanza con la mano, allontanandosi dal macchinario e dirigendosi verso Carlos, sembrava essere scoppiato un amore a prima vista fra i due.
“Possiamo andare ora! La porta è stata sbloccata”
Senza obiezioni i quattro seguirono la donna che, incalzata dalle domande di Carlos, raccontò brevemente la sua storia, non molto diversa da quelle di un qualsiasi altro superstite, e il suo piano di fuga.
“Come fai ad essere così sicura che la tessera si trova dietro quella porta, Ada?” chiese Elza mentre le camminava al suo fianco, attenta a non calpestare i corpi ormai decomposti di alcuni operai e scienziati dell’Umbrella.
“Me l’ha detto un dottore prima di morire. Io sono qua dentro da diverso tempo ormai. Stavo per perdere le speranze quando qualcuno ha dato corrente all’edificio. Siete stati voi, vero? Il controllo dell’acqua invece l’ho letto in un file mentre cercavo vanamente l’interruttore generale”
Come aveva previsto Ada Wong, questo era il suo nome, la porta che aveva affianco il led giallo era sbloccata e la serratura scattò quando Elza azionò la possente maniglia. L’ambiente nel quale si trovavano era un semplice corridoio; un enorme cartello appeso sulla parete indicava che svoltando a destra in un incrocio a T si sarebbe raggiunto l’inceneritore. Ada spiegò che non era necessario andare fino a quel posto, utilizzato negli ultimi giorni per la distruzione dei corpi infetti, ma che sarebbe bastato forzare una piccola cassaforte non lontano dall’incrocio.
Anche senza le conoscenze di Jill, non fu particolarmente difficile ottenere la scheda magnetica rossa. Il gruppo stava per ritornare sui suoi passi quando dal fondo del corridoi si udì un forte rumore di lamiere che si contorcono e immediatamente dopo il pesante rumore di passi classico di MrX.
“Muoviamoci ad uscire!” gridò Mikhail indicando la porta.
“Voi andate!” rispose Nicholai “Al gigante ci penso io”
“Ti sei bevuto il cervello? Non vorrai mica affrontarlo? Non è necessario! Siamo ad un passo dalla salvezza!” continuò il tenente.
“Non saremo mai al sicuro finché quella cosa sarà in grado di inseguirci. Fidatevi di me! Allontanatevi!”
Pur con riluttanza, Mikhail fece segno di uscire dal corridoio, e, dopo aver dato una rapida occhiata al compagno e a MrX, chiuse la porta alle sue spalle.
Per un breve periodo si udirono colpi di arma da fuoco, poi tutto tacque mentre l’ascensore portava i quattro sopravvissuti al secondo piano dell’edificio.
“Nicholai…….” Sospirò Elza.
La saracinesca si sollevò, senza fare rumore, non appena Ada inserì il tesserino magnetico nell’apposito lettore; poco distanti dai quattro tre dottori zombificati si cibavano della carne di un quarto e, non appena si presentò loro l’occasione di nuovo cibo, si gettarono verso i nuovi arrivati con fare minaccioso. Non furono assolutamente un problema: un paio di colpi di Beretta e di magnum stesero i dottori liberando la via verso la torretta.
Ada si affrettò a raggiungere la porta all’estremità opposta del corridoio e la spalancò, trovandosi all’interno di un ambiente alquanto disordinato, con fogli e oggetti sparsi sul pavimento, ma privo di cadaveri.
Mikhail si avvicinò alla consolle per le comunicazioni e notò con piacere che l’apparecchio poteva ancora funzionare; poi un movimento nello spiazzo sottostante la stanza attirò la sua attenzione; nell’oscurità rischiarata dalla luna e dalle stelle si poteva scorgere la sagoma di un elicottero da trasporto, proprio come aveva sperato Ada, e qualcuno che si dirigeva verso si esso. Carlos premette un interruttore e d’improvviso si accesero alcuni riflettori e il tenente si rese conto che l’ombra che aveva scorto altro non era che il compagno Nicholai.
“E’ riuscito a sopravvivere!” pensò fra sé e sé il tenente, poi gridò verso il soldato
“Nicholai!!! Siamo qui!”
Il russo si voltò di scatto guardando verso la torretta; non appena scorse i gesti degli altri sopravvissuti sorrise, poi continuò la sua corsa verso l’elicottero.
Una volta sopra accese i motori e dopo qualche minuto si sollevò da terra, tra lo stupore di tutti.
“Cosa sta facendo?” chiese Elza ai compagni “Non vuole aspettarci?”
La risposta non si fece attendere e arrivò proprio dal soldato: la consolle cominciò ad emettere suoni e si poté chiaramente udire la voce di Nicholai.
“Salve amici! Alla fine siete riusciti ad arrivare dove volevate! Peccato che oramai l’elicottero per la fuga non sia più disponibile, dal momento che serve a me”
“Cosa dici? Ti sei rimbecillito? Dove vuoi andare senza di noi?”
“Mikhail! Non avrai mica creduto che volessi veramente fuggire dalla città insieme a voi? Eravate solo un utile mezzo di difesa contro MrX! Sai perché quel maledetto continuava ad intralciarci? Voleva riottenere il campione di virus che tenevo con me da quando siamo scesi al laboratorio dell’Umbrella. Grazie a questa provetta diventerò miliardario. Inoltre come unico sopravvissuto del team dell’Umbrella avrò molta più voce in capitolo quando si tratterà di prendere le decisioni e si parlerà di soldi. Comunque non preoccupatevi, la vostra permanenza a Raccoon non durerà ancora molto: i nostri datori di lavoro, Mikhail, hanno deciso di radere al suolo la città per evitare ogni rischio, appoggiati dal governo degli Stati Uniti. Pertanto entro poco un bel missile a testata nucleare impatterà con il suolo in qualche stramaledetto punto di questa città e tutto verrà distrutto, anche voi. Avete finito di soffrire”
Nessuno riusciva a proferire parola. Elza si malediceva per aver provato ammirazione per lui, dopo che gli aveva fatti fuggire affrontando MrX, Carlos schiumava di rabbia, Ada guardava con disprezzo l’elicottero che volteggiava poco distante.
“Bastardo!” urlò Mikhail afferrando il microfono Come puoi tradirci in questo modo! Giuro che me la pagherai!”
“Ahahahahahahaha! Cosa dici? Non ti sei reso conto di avere i minuti contati? Sei un uomo morto! Adesso è tempo che io vada, non vorrei incontrare il missile rimanendo ancora qua. Addio miei cari!”
L’elicottero si sollevò ulteriormente e, dopo un giro a 180 gradi su se stesso, si allontanò nell’oscurità del cielo.
Il silenzio regnava nella stanza. La loro unica possibilità di fuga era volata via e, inoltre, i quattro avevano scoperto che entro poco, anche se non era chiaro ancora quanto, sarebbero esplosi assieme all’inferno che li circondava.
Lo sconforto aveva oramai conquistato l’animo di tutti: Carlos era appoggiato al tavolo con le mani fra i capelli, Ada si era seduta al suo fianco in silenzio, Elza era seduta sul pavimento con lo sguardo perso nel vuoto, Mikhail continuava a guardare fuori dalla finestra. Le possibilità di riuscire a trovare una nuova via di fuga erano nulle in quanto non era neanche possibile chiedere un eventuale aiuto all’altro gruppo: Nicholai aveva portato con sé la trasmittente.
Ad un certo punto la consolle riprese a funzionare e una voce gracchiante giunse alle orecchie del gruppo
“Qualcuno mi sente? Carlos, Elza, Mikhail, Nicholai? Non c’è nessuno?”
Mikhail corse a prendere il microfono e si affrettò a rispondere
“Ci siamo! Ci siamo, Leon!”
“Mikhail? Ma cosa è successo?”
“Ora non importa! Avete trovato una via di fuga?”
“Siamo nell’elicottero di Wesker! Veniamo a prendervi, dove siete?”
“Sia ringraziato il cielo! Siamo allo stabilimento! Muovetevi! Un missile sta per raggiungere Raccoon”
“Lo sappiamo”
L’elicottero di Wesker si avvicinò al terreno, esattamente nel punto in cui precedentemente sostava l’elicottero di Nicholai. Il portellone si aprì e Leon fece loro segno di salire. I cinque non fecero attendere e in qualche istante presero posto all’interno del velivolo.
“Grazie ragazzi!” disse Carlos mentre l’elicottero si sollevava.
“Nicholai?” chiese Brad a Mikhail mentre stringeva fra le sue braccia Elza la quale si abbandonava al compagno, chiudendo lentamente gli occhi.
“Ti spiegherò tutto! Ma non ora. Piuttosto, vi voglio presentare un’altra sopravvissuta …..”
“Ada Wong” intervenne Wesker
“Vi conoscete?” chiese Mickail
“Certo! La signorina Wong è una mia carissima conoscenza. Vero Ada?”
La donna non rispose e fece chiaramente intendere di non aver voglia di parlare, pertanto anche il capitano cambiò argomento
“Eccolo!” disse indicando il missile che sopraggiungeva.
Anche Jill sapendo che era finita si abbandono leggermente alle braccia del suo ragazzo, Leon, che provava molto imbarazzo ma d'altronde erano ormai fidanzati cosi Leon per affrontare la paura con una mano alzo dolcemente il mento di Jill e bacio la ragazza, e Ada si sedette vicino a Carlos tenendosi il braccio dolente per una botta ricevuta.
Il missile sfrecciava nell’aria avvicinandosi a gran velocità a Raccoon City; pochi minuti dopo raggiunse il centro della città ed esplose. Le potenza distruttiva era enorme e tutto ciò che si trovava in un raggio di qualche Km venne spazzato via: la stazione di polizia, la torre di Raccoon, il municipio, la casa di Jill, la villetta di Barry. Tutto fu ridotto ad ammassi di macerie. Raccoon era scomparsa, ma nessuno aveva potuto rendersi conto della sua distruzione. Nemmeno gli ultimi sopravvissuti. L’elicottero si era allontanato senza rimpianti dall’inferno, per non tornarvi mai più
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